martedì 6 aprile 2010

senza senso (ottava puntata)


BERTRAND

Cammini apparentemente senza meta. Strascichi i piedi lungo il marciapiede, non sei riuscito ad allacciarti le scarpe perché il mal di testa non ti ha permesso di chinarti. Rumorosamente avanzi senza curarti della gente che ti viene incontro. Ti fai largo a spallate, senza nemmeno rendertene conto, affoghi nella melma che tu stesso ti sei tirato addosso. Palate di fango a ricoprire completamente la tua dignità, e ora non hai il coraggio di presentarti a casa.
Il pensiero di Nathalie che se ne va e non torna più ti tormenta. Non ti fa ragionare, solo l’idea di non poterla più toccare ti offusca la mente.

Ripensi al vostro primo incontro, alla prima volta che l’hai posseduta nella toilette del bar del teatro dove stavi lavorando. Lei ti desiderava, te lo aveva lasciato intendere tornando a vedere il tuo spettacolo più volte. Aspettandoti al bar per complimentarsi con te. Sorridendoti, come solo lei sa fare.
Tu non avevi intenzione di aspettare, di invitarla fuori a cena come hai fatto con le altre donne. Di attendere il giorno che lei fosse pronta. La volevi subito e sei andato a prendertela alla fine dell’ultimo spettacolo in programma.
«Vai in bagno che arrivo», le sussurri all’orecchio sfiorandole i capezzoli. Quei capezzoli scuri che s’intravvedono prepotenti attraverso la maglia e che ti avevano eccitato perfino dal palco.
Lei esita e la cosa ti eccita ancora di più. Tu non hai dubbi, lei cederà, glielo leggi sul viso. La guardi dritta negli occhi tracciando una spirale con il dito indice dall’esterno del seno fino al capezzolo. Esita ancora spostandoti la mano, poi sorride.

All’improvviso, senza dire nulla, si avvia. Tu finisci il tuo drink in un sorso e la raggiungi. Spingi la porta che si apre lentamente. Lei è lì, appoggiata al lavandino che ti aspetta.
Ti guarda. Non te lo sei più dimenticato, quello sguardo. Gli occhi neri fissi su di te mentre dalle labbra socchiuse lasciava uscire un debole: «et voilà».
In un attimo le tue mani alzano la sua gonna a trovare le mutandine. Le dita sfregano contro il tessuto che si bagna all’istante. Le infili subito nella sua fica, senza aspettare. Le infili ben dentro, le dita, insieme alle mutandine che non prendi nemmeno la briga di levare.
Il tuo desiderio ti acceca e non capisci più niente. Con impeto le divarichi le gambe mettendola a sedere sul lavandino. Lei si lascia muovere senza opporre resistenza, questo ti piace. La vuoi possedere, dominare completamente, vuoi esserne padrone assoluto. È questo che hai pensato fin dal primo momento che le hai posato gli occhi addosso.

Lei punta i piedi sul muro dietro di te mentre tu affondi con una forza tale che la fai urlare. Le metti allora una mano sulla bocca, poi le cacci le dita dentro per fartele succhiare e ricominci a spingere. Sempre più in fondo. Con l’altra mano raggiungi da sotto la maglia l’agognato capezzolo che stringi forte, come a rivendicarne la tua proprietà, fino al momento in cui la inondi con il tuo seme caldo. Poi molli la presa. Lei adesso è tua. Il resto non conta.


To be continued ...

(le puntate precedenti qui)

domenica 4 aprile 2010

senza senso (settima puntata)


NATHALIE

Hai la nausea. Non passa. Resti seduta sul letto accanto al telefono, scomposta, come se fossi in bilico su uno strapiombo. Non era così che volevi che fosse. Ora è troppo tardi. Non si torna indietro.
Il passato è venuto a ricordarti da dove vieni, privo d’indicazioni su dove andare. Impantanata in sabbie mobili di frasi inutili, sfrondi a morsi il presente scomodo.
Non senti più nulla. Solo l’eco dei tuoi pensieri, macinati fini dai sensi di colpa, che si propaga in tutta la testa. Hai il voltastomaco. Non passa.
«Sono qui, sono arrivata ieri. Ho trovato una stanzetta carina», ti ha detto Christine tutto di un fiato, come volesse toglierti dall’imbarazzo di dover rispondere.
«Ah, brava», sei solamente riuscita a dire tu, dopo che lei ha pronunciato, senza fermarsi, un’enorme quantità di parole per comunicarti che il viaggio era andato bene, che pensava di restare per un po’ in città e che la mamma ti salutava.
La voce di tua sorella non è mai cambiata. Un tono caldo e accogliente, ma con un accento distante. Lo stesso accento che udivi stridere nelle sue parole quando, bambine, lei cercava consolarti. Tu sorella minore in panico, che avevi paura del buio e che ti svegliavi urlando nel mezzo della notte.
«Sai, il mese scorso, te ne sei andata così in fretta. Quasi avessi avuto paura di restare. Non ci siamo nemmeno parlate». Non le rispondi e lei colma il vuoto con altre parole che tu non vuoi sentire. «La mamma è sicura che non ti vedrà più, che tornerai a casa solo al suo funerale. Come hai fatto per papà».

Vorresti espellere dal tuo ventre i giudizi superficiali di chi pensa di sapere chi sei. Tu, regina di cuori, di un regno anestetizzato. Rabbia sedata per lunghi anni. Non vuoi risvegliarla ora.
Ti alzi di scatto dal letto, ti senti soffocare. La tua mente spazia oltre le mura mentre vaghi per la stanza. Il rollio dell’abbandono ti fa venire il mal di mare. Lei si aspetta che tu le dica qualcosa, ma non sei pronta a dire nulla. Nemmeno a respingere la sua presenza. Tua sorella è venuta fin qui dalla Francia a farti domande, a volere risposte, ma non è il momento delle confessioni. Per te non lo è mai stato.
Ti senti come se non fossero passati dieci anni, ma dieci minuti. Come se Christine avesse colmato d’un tratto lo spazio vuoto tra voi due con un quintale di negazione. Un avvicinamento improvviso a rinnegare quella distanza che tu hai voluto mettere tra te e lei.
Rimandi l’incontro, che lei insistentemente ti propone, fino al sabato della settimana successiva, con la scusa di un lavoro da finire. Non sei riuscita a concederti più tempo. La saluti sperando di poterla cancellare con un gesto.

Ti porti a letto, insieme al tuo corpo stanco, anche un carico di paure che pensavi non dover mai riprendere in spalla. Con tre gocce amare in un bicchier d’acqua il tuo umore sfugge alla morte interiore dell’ansia, scortandoti al sonno. Non ne puoi fare a meno, non potresti sopportare una notte insonne. Non oggi.

martedì 30 marzo 2010

sesto senso (sesta puntata)



CHRISTINE

Sfogli quella vecchia edizione della Bibbia con l’attenzione che potresti avere per un raro reperto archeologico. Le dita quasi ti tremano nel voltare le pagine, sottilissime più della carta velina. Impalpabili come l’aria, hai la tentazione di volerle strappare via, le frasi sul foglio. Ma non lo fai.

Leggi in piedi, in metropolitana. Hai il polso che duole per il peso dell’antico volume con la copertina in pelle, ma nonostante ciò continui a reggerla con una sola mano, mentre con l’altra ti aggrappi con forza al palo per non cadere.
Concentrata sulla lettura lasci che il tuo corpo involontariamente segua l’andamento ondulatorio del treno noncurante delle persone che entrano ed escono ad ogni fermata.
I tuoi occhi, completamente impregnati dalle singole sillabe che si stagliano nitide contro il bianco della carta, si alzano distrattamente di tanto in tanto a controllare il nome della stazione senza che il tuo cervello sia in grado di memorizzare l’azione. Operano in modo autonomo dal resto del corpo, per non perdere la concentrazione, che tu sai instabile da sempre.

La stai leggendo come fosse un romanzo, la Bibbia. «Dall’inizio alla fine», ti sei ripetuta più volte quando svelta l’hai tirata giù dallo scaffale, «con metodo, dall’inizio alla fine».
Ora che hai buttato giù la Genesi tutta d’un fiato, e hai affrontato Mosè e il suo Esodo ti convinci sempre di più che sarà per te un riscatto. E in ogni parola, che si leva alta tra le centinaia altre parole di quel particolare passo, credi di aver trovato la conferma che cercavi. La dimostrazione che è proprio lì che troverai il senso della tua vita. Lì, tra quelle pagine quasi ammuffite, sottratte alla libreria di tuo padre.
«A lui non servono più», ti sei detta mentre infilavi il volume nello zaino, «i morti non leggono».
Non hai nemmeno pensato di chiedere il permesso a tua madre, l’hai presa e basta, la vecchia Bibbia di tuo padre. Avevi paura che lei ti potesse dire di no, che era un ricordo, che non poteva privarsene.
Te ne sei appropriata tu, del ricordo, prima che lo facesse lei. È un po’ anche tuo, però, ti sei giustificata. Differente da quello della mamma, ma altrettanto vivo nella memoria.

Ora in piedi, in una carrozza della metropolitana di una città che non conosci, di un luogo che non ti appartiene, ti aggrappi a un significato più grande di te per poter andare avanti in una scelta che non sai se sia quella giusta, ma sai che è l’unica per te donna ormai disadorna di fede.
Al funerale di tuo padre l’hai incrociata velocemente, tua sorella, due parole di convenienza e un sorriso controllato. Poi lei è scappata con una scusa lasciandoti di nuovo sola, ma questa volta non lo hai potuto sopportare. Non questa volta.


To be continued ...

(le puntate precedenti qui)

venerdì 12 marzo 2010

abbraccio


Valeria con Hector (Milano, febbraio 2010)

Foto di Donatella D'Angelo ©

senza senso (quinta puntata)


Blue Swing Girl Free Images


NATHALIE

È la stessa sensazione che provavi quando andavi in altalena da piccola. Le accelerate e le decisioni improvvise nella tua vita ti provocano gli stessi brividi al basso ventre di quando spingevi con le gambe per andare sempre più in alto, quasi a voler toccare i rami del grande ippocastano del campo sportivo dove ti ritrovavi a giocare con le amiche il pomeriggio dopo la scuola.

A casa, in quell’appartamento di provincia straripante solo d’essenziale, non tornavi mai volentieri. Sin da piccola hai sempre trovato scuse per allungare le ore in modo da ritardare quel ritorno il più a lungo possibile. Fino al mese scorso, quando tuo padre è morto, che in aeroporto hai fatto di tutto per perdere la coincidenza con il treno e arrivare al suo funerale a funzione quasi finita, un modo come un altro per evitarti uno sgradito viaggio nel mezzo del cuore. Il tuo cuore.

Hai passato la mano al momento di assolvere i suoi peccati, hai passato la mano e lasciato che la posta in gioco si alzasse, che diventasse così alta da non poter più restare al tavolo da gioco. Restano ora, sul piatto, soltanto una manciata di ricordi.
Ricordi rigidi e freddi come la salma di tuo padre che ti sei rifiutata di vedere, come quel corpo senza vita che non potrà mai più tormentarti. Una memoria di momenti spenti, tracce di un mondo che tu speri sia morto con lui.

Il profumo di lavanda, dei campi intorno al cimitero, è velato da un odore appena percettibile di Gauloise, aspro aroma di casa che ritorna insistente, e tu non sei sicura che sia quello a procurarti il senso di nausea o la vista della bara calata nella nuda terra.
Erano dieci anni che non tornavi in Francia, ma volevi esserci a sotterrare il tuo dolore, per essere sicura che fosse definitivo, che non potesse più tornare.
Ora che tutto è finito vuoi solo andartene. Rifiuti l’ospitalità di tua madre con una scusa banale, una delle tante che hanno riempito i tuoi vuoti quando dormivate sotto le stesso tetto.
«Ma Nathalie, sei appena arrivata», prova insistere tua madre con la poca forza che le rimane.
«Mamma, ti prego», rispondi evitando di guardarla negli occhi e sapendo che lei non chiede mai perché, non aggiungi altro. La baci, attenta a non stropicciare il bouquet di fiori che tiene tra le mani, e te ne vai.

Mentre ti allontani qualcosa ti distrae, percepisci come un pensiero invadente che ti fa sussultare. Ti fermi e voltandoti vedi tua madre immobile che ti guarda andare via. Le sorridi tranquilla e riprendi il cammino noncurante dello spavento. Forte nella tua consapevolezza e fragile nella tua semplicità, quasi dimentichi il perché di quel viaggio. Osservi i tuoi piedi che camminano con un movimento cadenzato come se avessero una vita propria. Ora tu l’unica cosa che sai è che ti devi allontanare.



To be continued ...

quarta puntata
terza puntata
seconda puntata
prima puntata


mercoledì 17 febbraio 2010

senza senso (quarta puntata)




BERTRAND

Ti risvegli dopo ore con la testa pesante. Ti senti come un boccone di grasso masticato e sputato a lato del piatto. Sei solo, terribilmente solo. Una bottiglia vuota di Hennessy e il conto della stanza da pagare tutto ciò che ti resta. Alla fine hai perso anche te stesso. Potresti tornare sui tuoi passi, chiamarla e chiederle di tornare, ma sai che non sopporteresti un “no” come risposta.

Tu che hai creduto di volere solo il suo corpo, che l’hai scelta solo dopo aver intuito i suoi capezzoli scuri sotto la maglia. Tu che l’hai posseduta in ogni suo angolo con la prepotenza di chi non ha altri desideri da soddisfare e che hai ossessionato sulle sue curve appena accennate, immaginandola ancora bambina. Che le chiedevi di sussurrare all’orecchio parole in francese mentre la penetravi con forza come se, a ogni colpo, volessi raggiungerle l’anima. Tu, ora, sei devastato dalla sua assenza.

Fai fatica ad alzarti, se fossi un verme strisceresti a terra fino al bagno. Invece costringi le tue gambe a sorreggere quel peso morto che sei, così bevuto che ti sei perfino pisciato addosso.
Affronti quei dieci metri che ti separano dalla doccia come se stessi percorrendo la Parigi Dakar, tra sabbia e sudore. Pianti un piede dopo l’altro nel pavimento appiccicoso che ti sembra fatto di gomma. «Che schifo di posto», riesci solo a pensare, invece dovresti dirti: «Che schifo di persona che sono diventato».

L’acqua fredda della doccia riesce a dare un po’ di sollievo al tuo corpo, quel tanto che basta a scrollarti di dosso il torpore. Perdi la cognizione del tempo, lasci che il getto ti annienti quei pochi pensieri che hanno il coraggio di venire a galla nella tua testa spenta. Niente sapone, niente shampoo. Solo uno scroscio d’acqua gelida e il nulla.
Allunghi la mano oltre la tenda a cercare un asciugamano, ma non lo trovi. Allora esci dal bagno grondante e attraversi la stanza strascicando i piedi nella pozzanghera che si è formata sul pavimento. Una volta ti avrebbe fatto orrore immergere i piedi puliti nell’acqua sporca, ora invece guadi quella palude senza curartene. Con la stessa indifferenza che hai per la tua vita.

Raggiungi il letto, tiri a strattoni il lenzuolo e ti avvolgi restando in piedi davanti al materasso nudo. Raccatti in fretta e furia le tue cose dal pavimento e ti vesti. Devi uscire di lì, al più presto, la puzza di cognac e sigarette che ristagna nella stanza ti sta facendo venire la nausea.
Tua moglie ti crede via per lavoro, a casa non puoi tornare fino a sera. Ora non ti resta che cercare di riempire ore che sai già essere vuote.


To be continued ...


terza puntata
seconda puntata
prima puntata


giovedì 11 febbraio 2010

Lunatica

Antologia di racconti ispirati alla luna da un'idea nata su Facebook tra amici scrittori, lettori e frequentatori, tra un commento e l'altro. Curata da Paolo Melissi e Francesca Mazzucato.

Questi gli autori che hanno partecipatato all'iniziativa:

Francesca Mazzucato
Mangino Brioches [Anna Mallamo]
Anna Costalonga
Eva Carriego [Lina Dettori]
Gaja Cenciarelli
Biljana Petrova
Angela Scarparo
Harry Powell
Andrea Ponso
Jacopo Masini
Paolo Melissi
Sabrina Campolongo
Andrea Bruni
Luciana Viarengo
Mariella Soldo
Laura Costantini
Paola Presciuttini
Carmine Mangone
Cristiana Morroni
Nina Maroccolo
Donatella D'Angelo
Graziano Cernoia
Gianluca Chierici
Isabella Borghese

L'intero ricavato di "Lunatica" verrà devoluto a Fondazione Francesca Rava N.P.H Italia ONLUS a favore dell'ospedale pediatrico SAINT DAMIEN ad HAITI


Io ho partecipato entusiasticamente con un contributo letterario e grafico (racconto e copertina qui sotto)






VARIAZIONI LUNARI

«Come Quando Fuori Piove», esclama Alfio.
«Cosa?» Domanda Olmo. «Passo», aggiunge subito dopo chiudendo di scatto il ventaglio delle cinque carte che ha in mano.
«Co-me Quan-do Fuo-ri Pio-ve», compita lentamente Alfio fissando l’espressione confusa di Olmo, «Cuori Quadri Fiori Picche», dice infine.
«Oh!». Olmo non è sicuro di capire, appoggia le sue carte sul bordo del tavolo e rabbocca di grappa il bicchiere mezzo vuoto. «Come … quando … in cielo … c’è la Terra», dice dopo qualche secondo di pausa.
«Non c’è», ribatte sorpreso Alfio alzando il naso verso il cielo nero.
«No, non c’è», Olmo sorride, «Ma è esattamente come quando c’è».
«Oh!». Ora è Alfio a non capire e decide che forse è meglio riempirsi il bicchiere.
Olmo si alza in piedi. «Insomma, è come allargare le braccia e sentire l’atmosfera intorno, prova!»
Alfio si alza e tira su le braccia all’altezza delle spalle.
«Dai su, muovi ‘ste braccia», lo esorta Olmo.
«Come?»
«Su e giù ».
Alfio ubbidisce. Tira su e giù le braccia per un paio di volte, poi le riporta lungo i fianchi.
Anche Olmo fa lo stesso movimento. Su e giù. Su e giù, più volte.
«Si può fare di più», aggiunge dopo una pausa, allungandosi in punta dei piedi con le braccia distese sopra la testa, quasi a toccar le stelle, «vedi Alfio, è tutto intorno a noi, il nulla!».
«Il cielo», esclama Alfio urlando come fosse stata la risposta giusta a un quiz a premi.
«Lo spazio, Alfio, lo spazio», si sente di puntualizzare Olmo, «lo senti con il corpo, lo spazio intorno?».
«No», risponde un po’ interdetto Alfio guardando Olmo abbracciare il vuoto davanti a sé.
«Sei mai stato sulla Terra?»
«Mai, stato sulla Terra», risponde deciso Alfio.
«mai stato sulla Terra?», ripete stupito Olmo.
«No, mai!».
«Allora non puoi capire».
«Cioè, ne ho sentito parlare», si corregge prontamente Alfio, «posso immaginare!».
«Ecco sì, allora immagina», dice Olmo, «immagina un muro tra me e te».
«Come un muro? Che c’entra con la Terra?»
«Sulla Terra ci sono un sacco di muri», spiega pazientemente Olmo.
«Se ci fosse un muro tra noi due, io non ti vedrei», dice Alfio.
«Non sapresti nemmeno se ci sono, al di là del muro».
«No, infatti. Potrei pensarlo, però».
«Ma non ne avresti la certezza», puntualizza Olmo.
«No, ma se tu mi dici che ci sei, io mi fido». Alfio sorride.
Olmo lo fissa scuro in viso e Alfio smette di sorridere. Restano a guardarsi fissi per qualche secondo, poi scoppiano a ridere. Insieme.
«Ecco, hai fatto cascare il muro»! Dice Olmo senza riuscire a smettere di ridere.
«Infatti, ora ti vedo». Risponde Alfio.
«Anch’io ti vedo. E ti tocco anche», prosegue Olmo dando ad Alfio una pacca sulla spalla, così forte da farlo traballare.
«Piano, che mi fai volare via! l’atmosfera è così rarefatta stasera», grida Alfio. «Dai Olmo, facciamoci un altro bicchiere», aggiunge poi, tornando a sedersi sulla roccia.
«Sicuro, prendo un’altra bottiglia di grappa!»
«Gobba a levante, Terra calante. Gobba a ponente, Terra crescente», annuncia Alfio affacciandosi fuori dal cratere.

mercoledì 3 febbraio 2010

senza senso (terza puntata)




prima puntata

seconda puntata




NATHALIE

Giri per la casa nuda, la pelle bianca a vista, rivestita soltanto da un sottile strato di goccioline d’acqua. Avverti le piante dei piedi appiccicarsi al parquet. Il caldo è insopportabile, le orme umide dietro di te svaniscono in un baleno. Non tira un filo d’aria, ti avvicini alla finestra aperta cercando sollievo e intravvedi il tuo riflesso nel vetro. Di sfuggita, con la coda dell’occhio.
Ti giri di scatto, con una rapida mossa felina colpisci la finestra con il piede, che si chiude ricacciando il tuo doppio da dove era venuto. È stato un attimo, e sei di nuovo sola. Ora la finestra riflette il condominio di fronte.

Disprezzi la tua figura, non tolleri che lei richiami la tua attenzione. Entrando di soppiatto nel tuo campo visivo ti fa violenza e tu non lo puoi accettare. Soprattutto da lei. Non la vuoi incontrare, tu, la tua immagine riflessa. Ti è nemica. Come con una vicina di casa scomoda, ingombrante, invadente, hai con lei un conto in sospeso, una questione irrisolta. Da anni oramai.
Allampanato e informe, ti fa senso. Così lo vedi il tuo corpo, un oblungo ammasso di carne. Non abbastanza formoso, niente curve, niente colline e avvallamenti. Niente di niente, solo un mesto piattume. Un’estensione di epidermide chiara, interrotta solo da un cespuglio di peli neri, unica traccia matura in un corpo dimenticato da Dio.

Non hai mai voluto cedere alle sue insistenti richieste di tosare la tua aiuola ed estendere il deserto a perdita d’occhio. Hai detto no alla riesumazione dell’immagine bambina che tu hai seppellito con tanta cura, ben in profondità. Che hai stipato negli abissi della memoria, ben pigiata in modo da occupare meno spazio possibile. Incastrata ben bene nelle insenature del ricordo così da assicurarti che non venga più a galla. Ora che hai avuto il coraggio di lasciarlo indietro, lui, sai che la tua bambina è salva.

«Mamma, ma che fai a casa?». La voce di Sara arriva inaspettata. Ti giri di colpo e la vedi in tutto il suo splendore di diciottenne affacciata alla porta della sua camera. Sorridi.
«Hai una sigaretta?», le chiedi restandole di fronte nuda come un verme.
«Certo». Tu la osservi mentre ti passa la sigaretta già accesa e una maglia per coprirti, piccoli gesti veloci, e noti che avete lo stesso modo di muovere le mani. Riconosci il tuo nervosismo in quei suoi movimenti a scatti.
«Allora?», incalza Sara con una punta di preoccupazione nella voce.
«Ho chiuso», rispondi semplicemente tu, senza aggiungere altro.
«Un’altra volta?»
«No, stavolta sul serio». Sara sorride, tu sai perché. «Sei sola?», le chiedi indicando la porta della camera da letto.
«No», risponde Sara, «c’è qui Elena».
Tu fai per andartene, per non essere di troppo, ma Sara ti prende per mano. «Mamma resta, te la presento».



(to be continued)

.

domenica 31 gennaio 2010

senza senso (seconda puntata)



puntata precedente


NATHALIE

Decidi di scendere per le scale, correndo, vuoi solo andartene in fretta. Sgusciare fuori dalla perversione di quella relazione, che ti ha costretta in una morsa da lasciarti senza fiato. Intrappolata laddove una scelta non sembra permessa. Una relazione al gusto di Cognac e di Gauloise, confezionata su misura, con un tanfo che ti s’incolla addosso e non va più via. Quello stesso tanfo che ti porti dietro da quando eri bambina, che neanche a grattare sotto la doccia con un abrasivo riesci a mandare via.

Le mani di tuo padre, le dita gialle di nicotina. Di campagna, mani così grosse, che accoglievano l’intero tuo viso dentro a un palmo. Le senti ancora ruvide sulle tue guance come se fosse ieri, perché il ricordo si annida negli interstizi della memoria, armato, pronto all’attacco. E tu da sempre provi a fuggirlo quel ricordo. Perché ti fa male. Quel ricordo in particolare, non un altro, ma quello, che penetra dalle mucose del naso e si conficca nell’anima a mo’ di stiletto, ti fa un male cane. «Nathalie, vieni qui», ti diceva lui tornando a casa la sera, «siediti sulle mie ginocchia», e mentre ti avvicinavi sorridendo l’odore acre della sua giacca copriva quello della lavanda dei tuoi vestiti.

Ora, tornando a casa di corsa, intrisa del sudore di una notte di sesso fatto male, ti domandi se vuoi chiudere fuori dalla tua vita lui o il ricordo di tuo padre. Le dita ti tremano mentre cerchi le chiavi nella borsa. Le trovi e le afferri, ma ti cadono a terra. Ti sei dimenticata di mangiare e ora il tuo corpo te lo fa notare. «Sporca, puzzolente e affamata, il modo migliore per ricominciare», pensi e sorridi da sola.


BERTRAND

La guardi andarsene. La continui a guardare anche quando non c’è più, attraverso la porta chiusa. La guardi scendere le scale e vedi il suo culo senza mutande che si muove nei jeans attillati, incuneati nella fessura della sua fica, con la cucitura che sfrega avanti e indietro ad ogni passo. Non riesci a immaginare di non poterla più toccare, la sua fica, di non poter più avere accesso a quella delizia.

Trovi gli slip abbandonati nel letto. Provi ad anestetizzare la sofferenza con il suo profumo, respirando forte, ma la rabbia prende il sopravvento. Ti alzi di scatto e afferri le forbici da dentro il cassetto, ne infili una lama in un’apertura delle mutande e dai un taglio netto. Poi un altro e un altro ancora. Sfoghi tutto il rancore della tua perdita su quel misero pezzo di stoffa bianca, perché tu sai che lei non tornerà più. Urli a pieni polmoni versi senza senso come fossi un uomo delle caverne alle prese con un orso, mentre sei solo un miserabile perdente che lotta contro se stesso.

La testa ti duole quasi quanto il cuore. E ora, dopo tutti quei versi, ti fa male anche la gola. Ti butti di nuovo sul letto, tra le reliquie tagliuzzate di ciò che resta di lei, a crogiolarti nel suo odore. Ti avvicini la fedele bottiglia di Hennessy al petto. La apri con i denti e trangugi un lungo sorso, a canna come solo la tua parte peggiore sa fare. La svuoti tutta in quel tragico gesto, la bottiglia. Poi come se facesse parte dello stesso movimento armonico, con un moto di stizza animale, la lanci con forza contro lo specchio e lasci che il fragore di vetri infranti ti desti dalla tua illusione adolescenziale. Ora stai piangendo.


....

(to be continued)

domenica 24 gennaio 2010

senza senso (prima puntata)

Era nell’aria, l’aria che respiravi tutti i giorni. Inutile trascinare un corpo morto, che puzza di marcio e di tabacco. Troppo pesante per il tuo esile fisico, troppo pesante anche per il tuo molle cuore. Esangue. Perché il tuo cuore, seppure ruvido e sporco, è sempre un cuore.

È in quella distesa di rabbia, che cerchi le risposte. In silenzio resti a osservare la sua pelle che attraversa la vastità della tua, a perdita d’occhio, come il Deserto della Namibia. Lo vedi smarrito in una solitudine piena, a morire di sete tra le dune della tua carne, con la voglia trattenuta tra i denti e la lingua, in un gioco perverso di parole sussurrate all’orecchio. Conficcate nella schiena come pugnali che alternano sensi e controsensi in un’altalena fallica.
Il sudore riempie i vostri corpi, il tuo e il suo. Nudi nel caldo di luglio, in un amplesso senza fretta. Senza voglia. La morte dei sensi nel caldo di luglio. E nella morte lo osservi e pensi. Pensi che non vuoi più stare alle sue sporche regole. Lo pensi così forte che temi ti possa sentire.
Ti alzi. Ti allontani da lui. Ti allontani dalla distesa di rabbia lasciando una striscia di sabbia gialla sul pavimento.
«Torni a letto?»
«No!»
Raccogli dal portacenere un mozzicone di sigaretta lasciata morire la sera prima. L’accendi con l’ultimo cerino della scatola. Non te ne frega niente che lui poi non possa più fumare. Che si fotta.
«Mi chiami domani?»
«Nemmeno!»
Rispondi, senza voltarti, proprio perché devi. Sbatti con forza la porta del bagno sul sogno infranto. Ti siedi a cavalcioni del bidet con il sapore di cenere tra le labbra e ci sputi dentro.
«Che schifo», riesci solo a dire spegnendo la cicca sotto il getto d’acqua.

Lui resta nel letto, solo, con un attacco di bile. Sedotto dal gioco, non si può più tirare indietro. Così come non può nemmeno andare avanti. Assediato dal piacere di piacere, a tutti i costi. Costi quel che costi. Soggiorna nelle fantasie mortali, aspirando all’Olimpo e, incapace di dare un significato al suo rancore può solo cospargere veleno sul tuo corpo con il palmo della mano. Quella stessa mano che caccia prepotentemente dentro al tuo sesso convinto di farti godere. Che ti strizza capezzoli fino a farli dolere, in un’orgia di colpi d’anca modulati esclusivamente sul proprio piacere. Perché è così che lui misura la tua lealtà, ormai vuota di lacrime e di tempo andato, sul suo piacere. Una lealtà che pensava immortale, ma che alla fine lo ha tradito.
«Vaffanculo!»

Ti concedi solo il tempo di infilarti jeans e maglietta, le mutande sono rimaste sotto il lenzuolo. Non hai voglia di andarle a cercare in quel che resta dei vostri umori. Nessuna voglia. Non hai più alcuna intenzione di avvicinarti di nuovo a quel cadavere ambulante, strabordante di sé. Un sé così abbondante che è riuscito a fagocitare la sua stessa esistenza, barattando l’effettiva realtà con la sua visione della realtà, in una continua negoziazione con quel mondo che non lo vuole più ascoltare. Che lo ha isolato. A ragione lo ha isolato, perché lo prendeva per il culo, il suo pubblico. Perché pagava, il suo pubblico, per andare ad ascoltare una carogna che lo prendeva per il culo.

Te ne vai per sempre dalla sua vita. Te ne vai e basta, senza nemmeno specificare che è per sempre. Lo capirà da solo, il giorno che non ritornerai più le sue telefonate. Nel preciso momento in cui si accorgerà che la poltrona in prima fila è vuota, e resterà vuota, serata dopo serata. Spettacolo dopo spettacolo. Se gli daranno ancora la possibilità di fare spettacoli, dopo che ha vomitato tutta la sua rabbia, il suo rancore di uomo frustrato, sul pubblico pagante. Dopo che i critici, tutti i critici all’unanimità, hanno definito il suo spettacolo: il peggiore dell’anno. Peggiore perfino del precedente spettacolo, che era già peggiore. Ecco, sarà allora, in quel momento di assenza che capirà che non c’è più ritorno.

….


(to be continued)

sabato 19 dicembre 2009

L'ultima corsa


Ti asciughi le gocce di sudore sulla fronte con la manica della felpa. In realtà vorresti cancellare i pensieri che si affollano nella tua testa, un groviglio di frasi e immagini che ti provocano un dolore insopportabile. Le tempie ti pulsano, a ogni passo un colpo di scalpello scava in profondità. Hai l'impressione che il cervello possa esplodere fuori dalle orbite degli occhi, ma non ti vuoi fermare. Ti piace spingere oltre i tuoi limiti e sentire il fiato corto. È già quasi un’ora che corri e non ce la fai più. Fa freddo e il tuo sudore caldo si congela sulla schiena facendoti venire i brividi. I tuoi seni, costretti nel reggiseno a corsetto, sono doloranti. Vorresti poterli liberare e non sentire più lo sfregamento del tessuto sui capezzoli indolenziti.

Ti torna in mente la telefonata che ti ha svegliato. Risenti quella voce mai sentita prima che ti annuncia in un soffio che la tua vita sarebbe cambiata drasticamente.

Cerchi di allontanare il ricordo di quel momento, cacciando indietro le lacrime che si scontrano con la tua necessità di negare il dolore. Una lotta impari, fatta di singhiozzi sordi ributtati in gola al ritmo cadenzato delle tue gambe. Un passo dopo l'altro, correndo senti i muscoli della coscia indurirsi, li guardi lavorare. Li vedi contrarsi e distendersi al tempo del tuo passo in allungo. Hai paura di rallentare, non vuoi che la disperazione ti raggiunga, ora che ti sembra di averla lasciata indietro.

«Ero a conoscenza di lei e mio padre, mi è sembrato giusto avvisarla», dice la voce con il suono nasale di chi ha pianto troppo. Basta quella frase e tu già capisci. «Ero», dice. Uno spintone nel passato. Perché in quel preciso momento il presente è diventato passato. Lasci scivolare via tutte le parole successive, non le ascolti più. Tutto ciò che esce dal telefono è solo acqua sporca di sangue. L’incidente, la corsa in ospedale, la sua morte.

«Mi dispiace», aggiunge la voce un attimo prima che tu interrompa la comunicazione. Le braccia ti sembrano di marmo mentre riponi il cellulare nella tasca dell’ampio pigiama. Rimani paralizzata nel tuo dolore, con la voglia di urlare impossibile da soddisfare. Tuo marito e i tuoi figli dormono, inconsapevoli della sventura che ti ha colpito. Ignari della crepa nel tuo cuore, che sarà per sempre invisibile ai loro occhi.

Guardi l’orologio a muro, sono le cinque e mezza. Impossibile tornare a dormire, il panico ti costringe all'immobilità. Devi reagire e decidi di uscire. Non sai dove andare, sai solo che non puoi restare in casa, ti manca l’aria. Levi il pigiama e indossi la tuta. Infili per ultime le tue vecchie scarpe da “running” senza slacciarle. Ti calzano alla perfezione, sono ormai modellate sul tuo piede. Ti concedono un breve attimo di leggerezza prima che lo sconforto faccia la sua comparsa. Chiudi delicatamente la porta alle tue spalle, facendo attenzione a non destare la tua angoscia. Scegli di evitare l’ascensore e prendi le scale come se fosse un giorno qualsiasi. Così, mentre scendi, puoi immaginare che non sia veramente successo.

Un gradino alla volta ti ritrovi all'aperto, è ancora buio. Appena il piede prende contatto con il terreno cominci a correre, sfiori l’asfalto con la parte esterna del tallone e poi sposti il peso in avanti. Un primo passo, poi un altro, poi un altro ancora e sei fuori dal cortile. È così che lo hai incontrato. Correndo al parco tutte le mattine.

Senti l’aria fredda in faccia, ma non ti basta per soffocare la voglia di piangere. Scuoti la testa come per sbarazzarti di quella sensazione scomoda. Le lacrime affollano i tuoi occhi e tu le respingi.Corri più veloce, vuoi che il vento le porti con sé, le tue lacrime. Segui la solita strada verso il parco, ma ti trovi davanti i cancelli chiusi, è ancora troppo presto. Per non fermarti sei costretta a deviare e a restare sul marciapiedi, deserto come il tuo cuore in questo momento. Un’assenza enorme, che non riesci ancora a definire, ma che già ti pare incolmabile.

Il cielo si tinge di rosa in uno squarcio di debole luce. Svuotata di tutti i pensieri stai ancora correndo. Non dai ascolto al tuo corpo che ti supplica di smettere. Ad ogni passo senti i tuoi polpacci indurirsi, spingi con forza e avverti il muscolo che si gonfia. Dovresti fermarti, invece forzi l’andatura. Calchi sulle punte dei piedi e ti butti in avanti. Ti concentri sul tuo respiro, sul battito del tuo cuore per annullare quello che provi. Il fisico contro il sentimento. Uno sforzo immenso che va oltre le tue possibilità.

Poi una fitta, nel mezzo del tuo cuore aperto, ti lascia senza respiro. Cadi a terra portando le mani al petto. Resti immobile sul marciapiedi, così come sei caduta. Sotto la tuta strappata s’intravvede la carne viva e i lembi del tessuto squarciato si colorano di rosso. Abbracci con forza le tue ginocchia dolenti e ti raggomitoli in posizione fetale per contenere il male. Finalmente le lacrime trovano la strada e scaturiscono furiose, non sei più in gado di fermarle. Ti ritrovi a rotolare sull’asfalto freddo, finalmente libera di urlare la tua disperazione di donna che ha perduto l’amore: «Nooooo!».


Pubblicato sul Blog di Stefano Medici


lunedì 9 novembre 2009

la ragazza che alza le spalle

pubblicato sul settimamale Vera n. 21 del 10/11/09

Canta in inglese con un leggero accento tedesco. Caterina è seduta in prima fila e lo fissa per tutto il concerto. «Il posto è piccolo e non può che notarmi», pensa. Sorride, lui ricambia. È alto, capelli neri di media lunghezza, con un look un po’ anni sessanta. Magrissimo nei suoi pantaloni attillati, si muove come una tigre sul piccolo palco del locale. Caterina passa molte delle sue serate in questo minuscolo scantinato, non lontano da casa sua, dove ogni sera suona una band diversa. Caterina, bella ventenne con biondi capelli spettinati, orfana problematica e ribelle, lavora come cassiera al supermercato sotto casa. Da qualche mese vive sola, ha affittato un monolocale per allontanarsi dalla famiglia adottiva con cui non va assolutamente d’accordo. Adora la musica dal vivo, ma ancora di più adora i musicisti. Una vera passione, che la porta nel backstage di tutti i concerti.

È lei la prima ad alzarsi, alla fine del concerto, e ad avvicinarsi al palco. Tiene in mano un diario e un pennarello. «Posso avere un autografo?», chiede Caterina sorridente, in un inglese perfetto. Il cantante sembrava quasi la stesse aspettando e le prende di mano il pennarello. «Come ti chiami?», le chiede. Lei nota che, ora che non sta cantando, il suo accento tedesco è piuttosto accentuato. «Ca-te-ri-na», compita lei lentamente. Lui firma in una pagina bianca e poi si gira allungandole la mano. «Piacere, Libor». «Piacere mio», risponde lei stringendogli la mano con forza. La serata continua piacevolmente al bar del locale. I tre ragazzi del gruppo e Caterina ridono e scherzano allegramente fino all’ora di chiusura. Chiacchierando, lei scopre che loro sono tre fratelli di origine cecoslovacca, ma vivono insieme a Vienna. Hanno appena inciso il loro primo disco e stanno facendo concerti in giro per l’Europa per promuoverlo.

Il gestore del locale, al momento di uscire dice ai ragazzi di prepararsi che li deve accompagnare in albergo». Caterina, dopo aver scambiato un eloquente sguardo con Libor risponde: «Li porto io». E si alza dal tavolo per pagare la consumazione. «Offre la casa», la ringrazia il gestore. Escono tutti insieme nella notte cittadina. Arrivati sotto l’albergo scendono dalla macchina e Libor prende da parte Caterina, «vuoi salire?», le domanda accarezzandole una guancia. Lei non se lo fa ripetere due volte, è quello che desidera. Salgono in camera e passano la notte insieme. L’indomani i tre fratelli ripartono. Nel giro di un paio di giorni Caterina sta già organizzando il suo viaggio a Vienna. Il Castello di Schönbrunn, il Palazzo Imperiale, il Duomo di Santo Stefano. Una settimana dopo parte, in treno dalla Stazione Centrale. Libor l’aspetta. «Sono stato fortunato», le dice lui andandola a prendere al treno. Lei risponde ridendo, ma senza troppa passione. Lei trova difficile entusiasmarsi, lo ha sempre trovato difficile. Passano quattro giorni insieme, poi Caterina torna a Milano con la promessa che lui sarebbe venuto a trovarla in un paio di settimane. Ed è così, per qualche mese si vedono ogni due settimane, una volta a Milano e una volta a Vienna. Sembra quasi una bella storia d’amore, ma Caterina è irrequieta, non sembra mai soddisfatta della sua vita. Non riesce a stare ferma. È alla continua ricerca di qualcosa, ma non sa bene nemmeno lei che cosa. Mentre si vede con Libor, lei continua la sua vita milanese di concerti e di incontri, come se niente fosse successo tra loro. Poi succede l’imprevisto, Caterina rimane incinta ed è costretta ad arrestare la sua corsa. L’immobilità la obbliga a riflettere su ciò che vuole, ed è proprio quello che lei non vuole fare. Non ha mai voluto pensare, ha sempre agito d’impulso. Andare sempre avanti, come un bulldozer.
«Cosa ci faccio io, con un test di gravidanza positivo in mano?», si domanda. Seduta sul bordo della vasca da bagno non sa rispondersi. Decide di chiamare Libor, per metterlo al corrente della situazione. Ma mentre sta parlando, si accorge di non voler avere nulla a che fare con lui, si chiede chi sia veramente quella persona dall’altra parte del telefono. Cosa vuole lei da lui? Nulla. Allora di colpo tace, lo lascia parlare, si sente fredda e distante come se lui fosse uno sconosciuto. «Addio, è finita», gli dice Caterina a un tratto e, senza nemmeno dargli il tempo di rispondere, attacca giù. Lui, allarmato, è già sul primo treno per Milano. Caterina, più allarmata di lui, lo blocca in stazione per impedirgli di rientrare nella sua vita e lo rispedisce a casa sul primo treno in partenza per Vienna. «A vent’anni non posso fare altro», gli dice. Non vuole fare altro in realtà, non se la sente di stravolgere la sua vita. Come darle torto.

Abortisce dopo poco, in modo leggero, un po’ come un’alzata di spalle. Lei è così. Alza le spalle e prosegue. Vive un susseguirsi di eventi per colmare un vuoto che ha dentro e che si porta dietro da sempre. Senza prendere fiato. Non la blocca nulla, nemmeno la vita. Riprende esattamente da dove si è fermata, quasi non fosse successo nulla. Feste con amici, concerti, vita notturna. Il suo monolocale è un porto di mare, gente che arriva, gente che va, a tutte le ore del giorno e della notte, ma in fondo Caterina si sente sola. È sempre a causa di quel vuoto che non riesce a colmare. Quel qualcosa che cerca, ma non trova.
Qualche mese dopo, tornando in treno da uno dei suoi concerti, conosce due ragazze di Crema. Parlano del più e del meno, poi le ragazze gli raccontano che sono in partenza per Londra. Hanno trovato lavoro come cameriere in una residenza per studenti. Pulire le stanze, rifare i letti, cose così. «Partiamo fra due settimane. Vuoi venire?», le domanda una delle due. Detto fatto. Molla tutto di colpo, casa, lavoro. Caterina parte. «All’avventura», ripete a sé stessa quasi in modo ossessivo. Lei ci crede fino in fondo alle sue avventure. Poca roba nella valigia, niente e necessario.

Il suo arrivo a Victoria Station è qualcosa di memorabile. Sfoggia un chiodo nuovo e una folta chioma di capelli blu, colorati durante la traversata della manica. I piedi le sudano mentre fa i primi passi sul suolo londinese. Indossa due paia di calzettoni perchè gli anfibi sono troppo grandi. «Sto vivendo un sogno», pensa. Ma non sarà per molto. Lei lo sa già. Le sue passioni sono intense, ma di breve durata. Si ritrova a rifare letti sudati, a pulire gabinetti incrostati, l’odore della candeggina le dà la nausea. Si deve svegliare molto presto la mattina e la sera non ha più la forza per andare a vedere i concerti dal vivo che sono la sua vita. Comincia a essere scostante e nervosa, tende a isolarsi dagli altri. Litiga anche con le due ragazze di Crema che lavorano con lei. Nel giro di un mese decide che la sua pazienza è già durata abbastanza. Vuole andarsene.

«Puoi stare a casa nostra», le dice Massimo. «Grazie, sì. Sarebbe fantastico», risponde Caterina voltandosi verso Simone. «Nessun problema per me», conferma l’amico.«Allora, se non vi dispiace, verrei da voi domani mattina presto», aggiunge lei prima di salutarli. Li ha conosciuti durante una festa, qualche giorno prima. Due studenti romani che dividono un appartamento nella mitica Abbey Road, la strada resa famosa da un album dei Beatles, la cui celeberrima coprtina mostra i Fab Four mentre attraversano la strada sulle strisce pedonali. «Non vedo l’ora di attraversare la strada nello stesso punto», pensa Caterina mentre si corica per l’ultima volta come cameriera. Domani sarà di nuovo libera. La mattina seguente si alza, raccoglie in fretta le sue poche cose, ritira la sua paga settimanale, 60 sterline, e se ne va senza salutare nessuno. Con una nuova alzata di spalle riprende il suo vagabondaggio per la vita senza sapere bene dove andrà a finire.

«Questa è di casa, questa è del portone …», le illustra Massimo dandole in mano il mazzo di chiavi. «Solo una cosa, non rispondere mai al telefono», continua lui, «mia madre non deve sapere che ospitiamo qualcuno senza chiedere affitto». «Nessun problema, grazie!», risponde Caterina con un falso sorriso, pensando che i due ragazzi le stanno già antipatici. Giovani ragazzi borghesi, ricchi e viziati.
«La convivenza, però, sembra facile, loro hanno orari diversi», pensa lei. Difatti i ragazzi escono la mattina presto per andare in università, mentre lei dorme ancora. Lei esce la notte, mentre loro dormono. Nel suo intimo, però, sa già che quello non è il suo posto, non si sente a suo agio, non è casa sua.

Girovaga tra un concerto e l’altro. Si mescola tra la folla del mercato a Camden il sabato. È affascinata dagli artisti di strada di Covent Garden. Londra le piace molto, le sembra di scoprire un mondo nuovo, ma tutto questo gironzolare lei lo fa da sola e dopo qualche settimana comincia a sentirlo come un peso. Non riesce a incontrare nessuno che la interessi. Nessuno con cui condividere la sua esperienza.
Magiare da sola, andare ai musei da sola, comincia a essere troppo, anche per uno spirito libero come il suo. Caterina, la ragazza che alza le spalle, non regge più la situazione. Decide che deve muoversi, andare avanti, ma non sa bene dove e quando.

Quella sera non rientra a casa, sceglie invece di continuare il suo vagabondaggio solitario tra bar e locali fino a non poterne più. Londra pian piano si svuota, restano lei e la notte in Piccadilly Circus. Accende l’ultima sigaretta rimasta, getta via il pacchetto vuoto e si siede sui gradini della fontana. Stanca. La tristezza che ha sempre cercato di sfuggire, correndo lontano senza mai fermarsi, è lì a tormentarla. Sola nel silenzio si sdraia sui gradini a contemplare le luci al neon colorate delle pubblicità sull’altro lato della strada. «Devo trovare una soluzione», pensa tra sé e sé, «i soldi stanno per finire e in Italia non ci voglio tornare». Aspira una bella boccata dalla sua sigaretta ammirando il suo luminoso consumarsi.

Ad un tratto un rumore di passi la spaventa. Si alza in piedi di colpo e nel buio intuisce una sagoma di un uomo alto che si avvicina. Cerca di nascondere la paura restando calma. Getta il mozzicone di sigaretta sull’asfalto freddo e la schiaccia con il piede. Intanto osserva. Torna a sedersi sui gradini. Lui ciondola un po’, ha una bottiglia di birra in mano. Cammina lentamente verso di lei, ma non sembra avere un atteggiamento minaccioso. Caterina attende senza scomporsi. Lui le si siede di fianco. «Ciao, sono Brian», le dice sorseggiando la birra. «Caterina», risponde lei mentre lo osserva attentamente. «Ti ho visto al Lion’s pub stasera», dice con un forte accento Londinese. «Vuoi?», domanda poi allungandole la bottiglia di birra. «No, grazie!», risponde lei, mentre lo scruta nel buio, ha la testa pelata con due enormi pantere nere tatuate che gli ricoprono tutto il cranio. Si scambiano poche parole quasi senza guardarsi, «Italiana?». «Sì». «Oh». «Ho amato una ragazza italiana», aggiunge lui dopo qualche minuto di silenzio. «Cinzia», fa un’altra lunga pausa. «Se n’è andata il mese scorso, è tornata a casa, in Italia. Mi ha lasciato». Caterina è stupita dalla dolcezza della sua voce che non ha nulla a che vedere con il suo aspetto da rude skinhead e lo ascolta attentamente. «Non tornerà più». Lei vorrebbe che lui continuasse a parlarle, le piace il timbro della sua voce, ma lui resta in silenzio. Poi Brian abbandona la birra sul gradino e si alza voltandosi verso Caterina, «Vado a casa, vuoi venire con me? Ce l’hai una casa?». «No, non più!». «Non puoi dormire qui». «Vengo con te allora, grazie», risponde lei senza pensarci su nemmeno un secondo.

Brian si mette a correre verso un autobus che sta arrivando e Caterina lo rincorre. Lo prendono al volo. Salgono al piano di sopra e si siedono nei sedili in fondo. «Dove abiti?», chiede lei. «Lontano», dice lui semplicemente. Il viaggio per arrivare è lungo e i due lo passano quasi tutto senza parlare. Brian la guarda spesso in viso e sorride senza dire nulla. Caterina si sente tranquilla, anche se non sa dove sta andando. Il sorriso di Brian è rassicurante, nonostante il suo abbigliamento strappato e il suo corpo ricoperto di tatuaggi. «Ci siamo!», Brian indica fuori dal finestrino una fila di case in mattoni e si alza per scendere. Caterina lo segue giù dall’autobus. È una zona di Londra periferica, che lei non ha mai visto. «Abbiamo occupato questa casa da qualche mese, siamo in tre, si sta bene», dice lui mentre apre la porta d’ingresso. Entrando Caterina si guarda intorno, una vecchia casa piuttosto grigia, ma tenuta dignitosamente. Brian sale al secondo piano e, sempre con Caterina al seguito, entra in una camera.
«Ecco, tu puoi dormire qui», dice lui indicando un letto dove dormono acciambellati due enormi gattoni neri, «io dormo per terra». Lei si siede sul letto mentre i gatti si stiracchiano, «Sei molto gentile, grazie», sussurra. «Puoi restare quanto vuoi», le risponde lui semplicemente.
Prima di addormentarsi Caterina ripensa a come si sentiva male solo qualche ora prima. «C’è qualcosa in lui che mi piace molto», si dice mentre ascolta il respiro ritmato di Brian nella stanza silenziosa. Si volta verso il muro e sente i due gatti che saltano sul letto a riconquistare la parte di coperta che era di loro proprietà. Caterina si addormenta con il sorriso sulle labbra.

L’indomani si sveglia ed è sola, si guarda intorno e nota nella stanza degli strumenti musicali appoggiati alle pareti spoglie. Non li aveva notati la sera prima probabilmente per la stanchezza. «Musicista, può essere solo un musicista!», esclama. La cosa non può che renderla felice, non poteva fare un incontro migliore. Raccoglie i vestiti da terra, dove li aveva gettati la sera prima al buio, si veste in fretta e si affaccia timidamente sulle scale. Sente un vociare allegro arrivare dal piano di sotto. Arriva in punta dei piedi fino alla cucina guidata dal profumo di caffé e sbircia dentro. Brian è seduto al tavolo, la vede e l’accoglie con un enorme sorriso. «Buongiorno!», esclama attirando l’attenzione dei presenti. Caterina un po’ imbarazzata entra nella stanza e si siede anche lei al tavolo.
La ragazza rossa e il ragazzo con i capelli a spazzola che stavano chiacchierando con Brian si presentano: Lilly e Robert. Bastano pochi minuti perché Caterina rompa il ghiaccio davanti ad una bella tazza di caffé bollente.
Brian si offre di aiutarla ad andare a prendere le sue cose a casa dei due ragazzi romani. Caterina è contenta, sbadiglia, si scompiglia i capelli con le mani e si versa una seconda tazza di caffè. Ha quasi la sensazione di conoscerlo da sempre. Non le era mai successo prima d’ora, sedotta da un sorriso notturno, si ritrova in una situazione di tranquillità che non pensava di poter vivere.

«Stasera, dopo il concerto, passiamo a prendere le tue cose», dice Brian alzandosi dalla sedia. Le passa accanto e le sfiora delicatamente una guancia. Poi la prende per mano e l’invita a seguirlo.
Salgono lentamente le scale mano nella mano e arrivati in cima, lui le prende il viso tra i palmi, la fissa dritto negli occhi e, senza timidezza, si avvicina alle sue labbra. Caterina si lascia baciare. Un lungo e tenero bacio, per lei un nuovo inizio.

giovedì 5 novembre 2009

immense cicatrici e fiori di campo


Mia mamma aveva le mani bellissime anche nella morte. Parevano sottili steli di cera bianca adagiati composti sul ventre, candidi e morbidi nella rigidità della quiete perenne; quasi estranei al resto del corpo, sconfitto infine. Carne lattea, priva ormai del senso del giorno.

Mi sono sempre chiesta come mi sarebbe stata recapitata la notizia. Me lo chiedo da quando, bambina, ho capito che la morte sarebbe stata una presenza costante. Ubriaca, annegava la sua esistenza solitaria vagando per la città, esposta a ogni male, offrendoci in cambio infinite attese piene d’ansia. Un’ansia durata quasi quarant’anni, un pensiero ricorrente che mi ha tallonato da vicino, a ogni squillo del telefono. La morte infine è arrivata e se l’è portata con sé, la mamma, nel sonno. Ora ho la mia risposta.

«È morta», sussurra la voce di mio papà al telefono, tre sillabe senza un soggetto ad annunciare la sua fine, attesa, ma inevitabilmente inaspettata. Non poteva aggiungere altro, perché non c’era altro da aggiungere, tutto era già stato detto nella scelta di quella parola. Non deceduta o scomparsa, nemmeno andata: morta. Pronunciata in fretta a rimarcare l’ineluttabilità del destino, con il timore che a trattenerla tra le labbra potesse prolungare la sofferenza.

3.30 del 4 novembre 2009. Avrei voluto strappare ancora un minuto della sua vita con la consapevolezza che sarebbe stato l’ultimo, invece lei ha voluto sorprenderci e se n’è andata silenziosa e discreta in una notte di luna piena. Per anni l’ho pensata già morta, ma ora la sento più viva che mai. Di lei porto nel cuore immense cicatrici e fiori di campo.

martedì 27 ottobre 2009

Complice un'isola

Pubblicato sul settimanale "Vera" n.20 del 3 novembre 2009

La piccola imbarcazione avanzava lentamente, bordeggiando con cautela per risalire lo stretto canale. Era un soleggiato pomeriggio d’estate, con una fresca brezza che tirava da nordovest, la foresta scendeva ripida per il pendio roccioso a picco sulla costa, dove incontrava all’improvviso le onde del mare. Piccina, ma resistente, la barca oscillava sospinta dalle onde che si creavano nello stretto corso d’acqua al suo passaggio. La mano solitaria strinse la presa sulla barra del timone virando verso una piccola nicchia nella parte occidentale della costa. Lei era in ginocchio all’interno della cabina attenta a osservare ogni minimo segno che indicasse il pericolo di rocce poco visibili a pelo della superficie dell’acqua. Continuò a dritta fino a che non superò la punta rocciosa a strapiombo sul mare. Con una rapida manovra controvento fermò la barca, le sue braccia esperte si mossero veloci per gettare l’ancora, e mollò la cima. L’ancora si tuffò in acqua e scese in fretta fino a toccare il fondo, lei si occupò della fune in modo che l’imbarcazione fosse ormeggiata in modo sicuro nel caso cambiasse il vento o si alzasse la marea. Occupata com’era con le manovre, non si accorse che durante tutte le sue esperte operazioni aveva avuto un pubblico. Un ragazzo in blue jeans, maglia bianca e giubbotto di pelle nera era seduto sulla roccia a strapiombo e aveva osservato l’avvicinamento della donna skipper con ammirazione. Lei non se ne accorse, perché nel momento in cui si alzò e tirò su la testa, dopo aver assicurato l’ancora, lui si era già allontanato dirigendosi velocemente verso gli alberi della foresta.

Una volta che Irene fu sicura del suo ormeggio, scese sotto coperta e mise sul fornello un bollitore per il tè. Mentre aspettava che l’acqua bollisse, prese dallo scaffale un grosso quaderno con una copertina rigida in cartone arancione, era il diario di bordo che lei aggiornava meticolosamente, sia con note riguardanti la navigazione sia con appunti personali. Lo aprì all’ultima pagina scritta la mattina prima di partire e annotò l’ora di arrivo, la posizione precisa del punto protetto dove aveva ancorato la barca, il tempo atmosferico e, come nota personale, aggiunse che aveva l’impressione di aver trovato il posto perfetto per scrivere in solitudine.

Irene, aveva da poco compiuto quarant’anni, non particolarmente alta, robusta quanto basta per farle pensare spesso al fatto di dover fare più ginnastica; una chioma bionda con un taglio piuttosto corto, alla maschietto, fa da cornice ai suoi enormi occhi verdi. Quando non è impegnata a lavorare come redattrice di una rivista di moda, tutti sanno che la si può trovare sulla sua barca, oppure chinata sulla tastiera del suo computer a comporre poesie o scrivere favole per ragazzi, che è la sua vera passione. Questa volta era riuscita a unire questi suoi due grandi amori, il mare e la letteratura partendo in solitaria. Dopo un anno piuttosto difficile, ne aveva particolarmente bisogno.

Una volta preparato il tè, prese la tazza, il suo portatile e si recò nuovamente sul ponte, dove aveva diligentemente preparato un accogliente angolo per lavorare appoggiando la sua sacca contro l’albero da usare come schienale. Si sedette e, prima di immergersi nel mondo delle sue fantasie, si gustò la vista di quello che sarebbe stato il suo nido per i giorni a venire, sorseggiando il suo tè e guardandosi intorno. Un panorama fantastico a trecentosessanta gradi. Notò le piccole lingue di sabbia che entravano in acqua, le sottili spiagge sabbiose protette dalla foresta, che saliva poi ripida per la montagna. A prima vista il paesaggio appariva privo d’insediamenti umani, ma osservando meglio si potevano intravedere, nascoste dagli alberi, almeno tre o quattro strutture. Una di queste sicuramente una casa privata. Irene pensò a quante volte aveva sognato di poter comprare una casa in un’isola, tra mare e foresta, come quella. Un sogno mai realizzato. Finì il suo tè, appoggiò la tazza vuota a terra, accese il computer e lasciò spazio alla sua immaginazione.

Frank si era arrampicato per un sentiero poco battuto che saliva ripido su per il pendio e s’inoltrava nella foresta fino a raggiungere una grande casa in pietra completamente circondata dagli alberi. Saliva veloce con le mani in tasca mostrando quella sicurezza di chi conosce la strada a memoria. I capelli corvini, scuri come il giubbotto di pelle, facevano risaltare la carnagione chiara. Mentre saliva verso la casa si ritrovò a pensare alla donna skipper che aveva appena visto essere così esperta di mare e si chiedeva come mai avesse ormeggiato proprio lì, di fronte a casa sua. Pensò che fosse strano per una donna ritrovarsi sola in mezzo al nulla, ma poi pensò anche che questo paradiso, anche se piuttosto isolato, non si trovava esattamente in mezzo al nulla; sull’altro versante dell’isola c’era il paese, e a pochi chilometri in linea d’aria le altre tre isolette dell’arcipelago frequentate, soprattutto d’estate, da una folla di giovani artisti. «Forse non lo saprò mai», disse tra sé e sé mentre saliva la scalinata di pietra che portava all’ingresso della casa. Entrò dalla porta che aveva lasciato aperta, salutò affettuosamente Samo, il suo grosso labrador nero, che gli venne incontro facendogli un sacco di feste e poi si diresse come d’abitudine verso la segreteria telefonica. Pigiò il tasto che stava lampeggiando e si mise in ascolto seduto sul bracciolo del divano. «Bip. Ciao sono Marco, la data d’inaugurazione è confermata. Ci vediamo tra un mese qui da me». Un attimo di silenzio poi: «Bip. Non ci sono altri messaggi». Non c’era bisogno di richiamare, cancellò il messaggio e si diresse verso la cucina, un ampio locale con una grande vetrata che si apriva su una terrazza che dominava, da sopra le cime degli alberi, la baia sottostante. Al centro della baia poteva chiaramente distinguere la barca della donna skipper. Si girò verso la credenza e cercò il barattolo del caffè, lo appoggiò sul ripiano e si allungò a prendere la caffettiera. Si accorse in quel momento che stava tenendo d’occhio l’imbarcazione ormeggiata nella baia. Sorrise e pensò che, da quella parte dell’isola, non arrivavano spesso visitatori, al massimo qualche turista in cerca di una spiaggia tranquilla, ma mai nessuno che si fermasse oltre al pomeriggio. Il fatto che quella donna solitaria avesse scelto proprio la sua piccola e appartata baia lo incuriosiva.
Una volta pronto il caffè si riempì una bella tazza e si avviò, come d’abitudine, verso il suo studio al piano di sotto per passare la serata dipingendo. In quel momento ripensò al messaggio del gallerista e il pensiero della donna skipper passò in secondo piano. Mancava solo un mese all’inaugurazione della sua prima personale e aveva ancora parecchi quadri da finire.

Irene, immersa nella scrittura, non si accorse che il sole stava calando. Si rese conto di un tratto che faceva fatica a vedere le lettere sulla tastiera, smise di digitare e appoggiò la schiena sulla sacca dietro di sé. Era soddisfatta, aveva scritto per ore senza sosta. «Credo di aver trovato il posto perfetto per concentrarmi», pensò. Si sentiva un po’ come la principessa della sua favola, che lasciava la sua terra devastata dalla guerra per andare alla ricerca di un regno di pace. Lei aveva fatto la stessa cosa. Aveva lasciato dietro di sé un matrimonio arrivato ormai alle battute finali e i problemi quotidiani sul lavoro per cercare uno spazio tutto suo, il suo regno di pace. Se n’era andata senza dire niente. Nessuno sapeva dove lei avrebbe trascorso le vacanze, solo sua figlia era al corrente della sua fuga e la sosteneva, come aveva sempre fatto durante le brutte litigate con il padre. Aveva accettato la proposta di scrivere una favola per un importante editore con il quale era in contatto da anni e con il quale ci teneva particolarmente a collaborare, era molto contenta di questo nuovo progetto che avrebbe potuto portarle molte gratificazioni.
Respirò profondamente e l’aria fresca della sera le riempì i polmoni. Ebbe un leggero brivido e decise di scendere sottocoperta a mettersi indosso qualcosa di più pesante. Una volta di sotto si ricordò di non aver cenato, e decise di approfittare del bel chilo di cozze che le aveva regalato il suo amico pescatore alla partenza. Si rimboccò le maniche e si mise a pulirle nel piccolo lavandino assaporando già la gustosa cena. Una volta pronte le cozze, Irene stappò una bottiglia di vino bianco che aveva in fresco e brindò a se stessa e alla sua nuova favola. Stava proprio bene.
Salì sul ponte dopo cena con la tazza del caffè fumante in una mano e una sigaretta nell’altra ad ammirare il cielo stellato. Era una notte buia e senza luna, si potevano vedere perfettamente milioni di stelle, tutta la Via Lattea. Si guardò in torno e notò che l’isola era tutta buia, tranne una debole luce da dietro gli alberi in cima alla collina proprio di fronte a lei. Si stupì che ci fosse qualcuno. «Chissà chi ci abita, in un posto così isolato», si chiese. Cominciò a sentire la stanchezza della lunga giornata, ma la bellezza del paesaggio che la circondava le impediva di andare a dormire, non voleva privarsene. Decise allora di fumare un’ultima sigaretta prima di coricarsi. Si ritrovò a fissare la luce della casa oltre gli alberi, che a un tratto si spense. Restò ancora qualche attimo nel buio più completo, poi scese a coricarsi sotto coperta.

Frank spense le luci dello studio al pian terreno, come sempre aveva lavorato ininterrottamente tutta la serata e si era dimenticato di mangiare. Il suo stomaco stava proprio ricordandoglielo in quel preciso momento emettendo curiosi suoni. Salì nella cucina al primo piano e la prima cosa che fece fu di sbirciare fuori dalla grande vetrata per controllare se la barca fosse ancora ormeggiata al suo posto. C’era. Sentì come una sensazione di sollievo. «Curioso», pensò, «è come avere un vicino di casa». E rise da solo della sua battuta. Aprì il frigorifero e dopo avere osservato attentamente il suo contenuto, decise che un piatto di pollo con le verdure e riso Basmati era perfetto per festeggiare la sua prima mostra personale. Si mise ai fornelli con lo stesso impegno con cui di solito si mette davanti a una tela. Aveva sempre amato cucinare, e nei momenti di tensione o di molto lavoro, diventava un modo per rilassarsi. Tirò fuori dal cassetto il suo prezioso coltello da chef giapponese, compagno di tante cene quando ancora abitava in città, e con gesti sicuri cominciò ad affettare le verdure. Frittura veloce e leggera nel wok, all’orientale, un po’ di salsa di soia e la cena fu in tavola. Apparecchiò fuori in terrazza, lui amava mangiare lì con l’orizzonte a fargli compagnia. Si prese una birra gelata, la stappò e la versò nel bicchiere: «Salute», disse ad alta voce allungando il braccio verso la barca nella baia sottostante.

Irene aveva dormito di sasso per tutta la notte. Si svegliò con i primi raggi del sole, si stirò pigramente e si voltò a guardare l’orologio. Le 7.05. Pensò bene di restare a letto ancora un po’, prese il libro che stava leggendo dallo scaffale e lo aprì cercando la pagina dove aveva interrotto la lettura la sera prima. «Imparare a mettere il segno è troppo difficile per me», disse tra sé e sé, ridendo. Si mise a sedere sistemando per bene il cuscino dietro la schiena e s’immerse nella lettura per una buona mezz’ora. Cominciò a sentire la necessità di una gustosa colazione, aveva portato con sé la macchina per il caffè, un suo irrinunciabile vizio: una bella tazza di caffè americano, con latte e zucchero, prima di affrontare la giornata. «Senza dimenticare le fette biscottate», pensò mentre le tirava giù dallo scaffale. Si sentiva di ottimo umore, lo notava dalla quantità di burro e miele che si ritrovava a spalmare sulle fette biscottate, l’aria di mare le stava facendo un gran bene. Colazione sul piatto, caffè in mano, si trasferì nel suo angolo sul ponte a gustarsi la brezza mattutina.

Frank aveva l’abitudine di svegliarsi presto e di portare Samo a correre sulla spiaggia. Anche quella mattina, si alzò alle 6.30 si mise la tuta e s’incamminò per il bosco per raggiungere la spiaggia. La barca era sempre ancorata, ben salda, nel mezzo della sua baia. Dalla spiaggia riusciva intravvedere la sagoma della donna skipper sul ponte sorseggiare dalla sua tazza. Decise impulsivamente che era arrivato il momento delle presentazioni. Slegò la cima del suo canotto, lo spinse in acqua e cominciò ad avvicinarsi alla barca. Samo, tutto felice per il cambio di programma, lo seguì a nuoto.

Irene non si accorse dell’abbordaggio di Frank, era rapita dalla bellezza di quel paradiso, dove il suo istinto l’aveva fatta approdare. «Hey lassù, è profumo di caffè quello che sento?», urlo Frank, una volta che era a portata di voce. Irene si spaventò, e si alzò di scatto voltandosi verso il lato della barca da dove proveniva la voce. Non poteva vedere nessuno, perché il canotto era più in basso. Si avvicinò all’estremità della barca e guardò giù. Rimase a bocca aperta quando il suo sguardo si posò su Frank che stava tirando a bordo del canotto il cane. Non si aspettava certo di veder apparire un ragazzo così bello, dal nulla. Allora scoppiò a ridere. «Mi hai spaventata a morte!», urlò a sua volta.
Frank si voltò e i suoi occhi incontrarono il viso divertito di Irene che non riusciva a smettere di ridere. «È caffè, dicevi?», le richiese lui con un enorme sorriso. «Non avevo risposto ancora, sì è caffè», replicò lei, «Ne ho appena preparato una brocca piena, sali», aggiunse poi, allungandogli una cima dove poter legare il canotto. Lui afferrò la corda, in quel momento i loro sguardi s’incontrarono e Irene sentì un brivido scorrerle per tutta la schiena. Pensò, divertita, che lui fosse l’incarnazione del Principe Azzurro delle sue favole, tanto forte era il suo desiderio d’incontrarlo un giorno, che si era materializzato di fronte. Imbarazzata, distolse lo sguardo dagli occhi neri di Frank, e si voltò per cercare la scaletta corta per farlo salire a bordo.
Una volta salito, lui le allungo molto educatamente la mano: «Piacere, Frank», si presentò, «Irene», rispose semplicemente lei. Poi ci fu un attimo di silenzio, rotto da Frank che sorridendo chiese: «e … quella tazza di caffè?». Colta da un momento di timidezza Irene rise. «Ma certo, vieni», gli disse indicando la strada. E i due scesero sotto coperta. «È ancora caldo», aggiunse precedendolo nel cucinotto.
Irene versò il caffè nella tazza e gliela porse, in quel preciso momento le due mani si sfiorarono e Irene sentì gli stessi brividi, provati poco prima, salire per tutta la schiena. «Ben arrivata nel mio quartiere!», disse lui. Aveva un sorriso caldo e rassicurante e l’imbarazzo di Irene passò velocemente. Si sedettero al tavolo e cominciarono una piacevole conversazione. «Allora quella luce che vedevo ieri notte è casa tua?», chiese lei. «Sì», rispose lui, «ormai sono un paio d’anni che abito qui. Vado in città solo quando mi serve». «Ma non ti senti solo?». «A dire la verità, no. Sto bene. Ho bisogno di concentrazione quando lavoro», rispose sorseggiando il suo caffè, «e poi il paese non è molto distante, l’isola è piccola, casa mia sembra più isolata di quanto non lo sia in realtà». «È veramente un posto fantastico qui», disse semplicemente lei. Irene gli raccontò brevemente del suo lavoro e della sua passione per la scrittura, lui invece gli spiegò che era figlio di un’americana e un italiano, che era Cresciuto ad Atene e che prima di dedicarsi solamente alla pittura aveva lavorato in un’agenzia di pubblicità, ma dopo qualche anno quel mondo lo aveva stufato. Una grossa delusione d’amore, lo aveva poi spinto ad allontanarsi definitivamente dalla città. Non si era mai pentito della sua decisione, pensava di aver fatto la cosa giusta. Mentre parlavano, Samo gli scodinzolava intorno lanciando dolci occhiate e Frank spesso allungava la mano per accarezzarlo. Irene osservava con curiosità quel gesto affettuoso e le sembrava così pieno di dolcezza.
«Posso invitarti a cena stasera? Così ti mostro la casa», chiese a un certo punto Frank. «Certo», rispose subito lei, che in cuor suo non aspettava altro. Passarono ancora un po’ di tempo a parlare del più e del meno poi Frank decise di tornare sulla spiaggia con Samo. Si salutarono con un’educata stretta di mano e mentre lui saliva sul canotto Irene gli chiese: «Vuoi che cucini qualcosa io?». «Assolutamente no!», fu la sua risposta e agitando le braccia, prima di essere troppo lontano gridò «Alle sette, allora!».
Irene era confusa, mezz’ora prima si sentiva una Robinson Crusoe alla scoperta di un’isola deserta, ora aveva un appuntamento per cenare con uno degli uomini più belli che avesse mai incontrato. Era convinta di sognare; eppure il cuore le batteva forte al ricordo delle sue mani che la sfioravano mentre gli serviva il caffè, doveva essere tutto vero. «Sì, va bene Irene, adesso calmati, però!», disse ad alta voce come se stesse dando a se stessa un ordine da eseguire.
La giornata passò lentamente e per un po’ Irene riuscì a dimenticare l’appuntamento e si dedicò al suo libro. Lei, il suo computer e il rollio della barca.

Frank era ritornato a casa passando dal bosco; il cane gli trotterellava sempre intorno. Era contento del suo incontro. La donna skipper era diversa da come l’aveva immaginata, più semplice e più dolce. Non gli dispiaceva l’idea di averla invitata a casa sua, nella sua isola non aveva molte occasioni per organizzare una cena. Lui che era sempre un po’ impacciato con le donne, di fronte a Irene si era sentito a suo agio, non se lo aspettava. Decise di fare un salto in paese, e dopo una doccia partì in tutta velocità sullo scooter alla ricerca di qualcosa di speciale per la cena. Ci teneva a fare bella figura.

Irene era dispiaciuta di non aver nulla da indossare, era partita con l’idea che i pesci sarebbero stati i suoi unici compagni di viaggio e nella valigia aveva messo solo calzoncini corti e magliette. Improvvisò allora una gonna con un pareo arancione. Era la cosa più femminile che aveva trovato. Andava bene così, «Almeno è un colore che fa risaltare l’abbronzatura», considerò. Era nervosa come una quattordicenne al primo appuntamento.
«Forse la sua genuinità», pensava, mentre affondava i piedi nella sabbia della spiaggia. Passeggiava lentamente con le infradito in mano in attesa del suo cavaliere. Alle sette, puntualissimo, Frank sbucò dal bosco, «la semplicità in persona», ammirò Irene tra sé e sé, «sento che sarà una serata fantastica». Lui si avvicinò sorridendo e le diede un enorme bacio di saluto sulla guancia. Irene, un po’ a disagio gliene restituì uno anche lei lottando contro i brividi che le salivano la spina dorsale. Non si era mai sentita così attratta da un uomo appena incontrato; di solito le ci volevano giorni per uscire dal suo perenne stato d’insicurezza con gli uomini.

«Sei molto carina vestita da donna», le disse Frank ammirandola. Irene non capì se lui stesse prendendola dolcemente in giro. «Grazie, sai il primo straccetto che ho trovato», rispose allora lei ironica, calcando su una finta un’erre moscia; scoppiarono entrambi in una risata che, per fortuna, dissipò l’imbarazzo iniziale.
Cominciarono a salire per il sentiero che portava alla casa, alcuni pezzi erano piuttosto ripidi e Frank aiutò Irene a superarli tenendole le mani per sostenerla. Quando arrivarono in prossimità della casa, Irene si dovette fermare un attimo per prendere fiato e si guardò intorno. «Ma questo è un paradiso!», esclamò meravigliata da tanta bellezza, «Si vede la mia barca, guarda!», continuò indicando un punto attraverso gli alberi. «Sì, lo so», rispose lui, «è da lì che ti osservavo quando sei arrivata ieri», le disse poi, indicando uno spunzone di pietra poco oltre la casa, una grossa roccia bianca a picco sul mare. Quando entrarono in casa, furono accolti da Samo che faceva i salti acrobatici per salutarli. Irene pensò che il cane creasse una bella intimità. Frank aveva già apparecchiato per due sulla terrazza vista baia, ultimo tocco, accendere le candele. Stappò il vino e riempì due bicchieri, ne porse uno a Irene. «Alla nostra», brindarono. «È tutto così perfetto», disse Irene lasciandosi sfuggire un sospiro. «Già», affermò lui, «Probabilmente è tutto un sogno». «Bé, allora non svegliarmi!», comandò Irene sedendosi a tavola, «almeno, fin dopo cena!», aggiunse poi ridendo. «Sperando che alla signora piaccia il pesce …», disse Frank portando a tavola ogni ben di Dio. «Assolutamente il mio preferito», fu la risposta gioiosa di Irene che aveva deciso di mettere da parte la sua incredulità e cominciare a vivere la serata. La cena fu ottima e Irene non si sprecò in complimenti, finito di mangiare si alzarono e si affacciarono alla terrazza sul lato della baia.

L’aria della sera era frizzante, si era alzato un leggero vento. Il cielo stava lentamente prendendo un colore rossastro, il sole era già calato dietro la collina. Irene ebbe un fremito e Frank le mise il braccio intorno alle spalle «Senti freddo? Entriamo?», le chiese. «Sì, meglio», rispose lei, anche se in quel momento avrebbe voluto che l’abbraccio non finisse mai. Lui la precedette nel salotto e mise un po’ di musica, riempì di nuovo il bicchiere di Irene, che rifiutò «No basta, grazie. Penso di aver esagerato. Mi gira la testa». «Siediti», le disse lui indicandole il divano alle sue spalle. Lei seguì il suo consiglio e si sedette. Tolse le scarpe e tirò su le gambe, rannicchiandosi contro lo schienale. Frank prese il suo bicchiere e la raggiunse sul divano, le prese una mano tra le sue, «piccola e morbida», disse cominciando ad accarezzargliela. «A cosa stai pensando?», gli chiese Irene dopo qualche minuto di silenzio. «Che sto veramente bene qui con te», si voltò a guardarla negli occhi, «sei diversa dalle altre donne che ho conosciuto. E sei diversa da come m’immaginavo che fossi», aggiunse sorridendo. «Un rude marinaio?», gli domandò Irene ridendo. «Un po’ sì. Vieni, ti faccio vedere una cosa», e si alzò dal divano, sempre tenendola per mano. Lei lo seguì scalza fino al pian terreno, dove lui accese le luci del suo studio. «Qui è dove lavoro», e la invitò a entrare. «Meraviglioso!», esclamò lei mentre si guardava intorno e si lascava pervadere da un miscuglio di odori di vernici e solventi. Un grosso ambiente open-space, con un’enorme vetrata che si dava sulla foresta, pieno zeppo di tele e colori, tavoli, sculture. «Posso curiosare?», chiese lei. «Certo», rispose lui, «sto preparando una mostra per la fine di questo mese, sarà la mia prima personale». «Complimenti, i quadri sono bellissimi. Sarà un evento straordinario, la tua mostra!», affermò Irene con entusiasmo. «E tu dovrai esserci, per renderlo un evento indimenticabile», rimarcò Frank abbracciandola da dietro. La strinse a sé e la girò in modo da guardarla in viso. Irene sentiva il suo cuore battere forte per l’emozione di essere tra le sue braccia. Dal primo momento che lo aveva incontrato, non aveva pensato ad altro, e ogni volta che immaginava di abbracciarlo sentiva i brividi correre su e giù per la schiena. Era la prima volta che il contatto fisico con uomo le faceva questo effetto e ora si trovava a pochi centimetri dal suo viso.

«Ho dimenticato le fragole!», esclamò lui a un certo punto, scoppiando a ridere. Irene lo guardò seria per un attimo e poi non riuscì più a trattenere la risata, «imperdonabile!», gli rispose. I due tornarono al piano di sopra, Frank prese le fragole dal frigorifero le guarnì con della panna montata e ne porse una coppa a Irene. «Che cena sarebbe senza dessert?», disse lui sorridendo. Irene era contenta, Frank riusciva a farla sentire a suo agio; aveva quasi la sensazione di conoscerlo da molto tempo, invece erano solo poche ore. Poche ore che erano bastate per far nascere un’attrazione profonda.
«È buffo che tu abbia attraccato proprio qui», disse Frank, «è una piccola baia dove non viene mai nessuno». «L’ho scelta apposta», disse lei, «avevo bisogno di isolarmi dal mondo». «Allora io ti ho stravolto i piani!», le sussurrò lui nell’orecchio. «Direi di sì …», disse lei sottovoce ricambiandole il sorriso, «… ma va benissimo così!». «Dici sul serio?», chiese lui. «Perché, avevi dubbi?», rise Irene che pensava di essere sempre molto esplicita nel mostrare le sue emozioni. «No!», rispose lui, ridendo.
Irene lo fissava negli occhi senza riuscire a distogliere lo sguardo, Frank le prese le mani e fece il gesto di abbracciarla. Lei lo precedette e gli mise le braccia intorno alla vita. Non si dissero nulla e nel silenzio lui cominciò a baciarle il collo, salendo lentamente verso il viso, cercando le sue le sua labbra. Lei reclinò la testa leggermente all’indietro, assaporando ogni secondo di quei baci. Quando sentì il suo respiro vicino, chiuse gli occhi e lo baciò sulle labbra. Avvertiva le sue forti braccia che la stringevano, si sentiva la donna più fortunata sulla faccia della terra. «Ti voglio», mormorò lui. «Anch’io», rispose lei in un sospiro.