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venerdì 23 marzo 2012

Il demone e la Musa

(3° posto al concorso di art a part of cult(ure) )

Sei sola, infine. Sono passati parecchi anni dall’ultima volta che sei rimasta sola, pensi, mentre frughi nel profondo della memoria alla ricerca di un particolare che ti possa confermare quel pensiero. Non che la memoria sia mai stato il tuo forte. Riesci con lucida concentrazione, ad andare indietro nel tempo fino ai tuoi diciassette anni senza però trovare alcun dettaglio utile e ti chiedi se è veramente possibile che, per la bellezza di ventisette anni, tu non sia mai stata sola per più di un giorno intero.
Intanto osservi l’immagine che lo specchio del piccolo bagno ti rimanda: la ferita aperta sopra il labbro superiore, l’occhio destro livido che si apre appena. Le mani ancora sporche di sangue. Come hai potuto lasciare che ciò accadesse di nuovo?

Te la ricordi bene quella fuga, quella dei diciassette anni, una delle poche cose che ti provoca ancora i brividi a pensarci. Non è stata la prima e nemmeno l’ultima, è stata quella, però, che ha dato una svolta alla tua vita. Una fuga d’impulso, decisa nel momento in cui, durante un litigio di quelli inutili, sbattevi la porta di casa in faccia a tuo padre, troppo ubriaco per rendersi conto che, con il suo continuo accanarsi contro di te, aveva appena perso una figlia.
Tu in quella casa non ci hai più messo piede, nemmeno il giorno del suo funerale. «Se lo è meritato», era stato il tuo unico commento alla notizia della sua morte. Una morte ignobile, come del resto lo era stata tutta la sua vita, soffocato dal suo stesso vomito, nel sonno. Passato dalla sbronza alla morte nel tempo di un unico respiro.
In quella casa non ci sei più tornata, nemmeno quando tua madre, rimasta sola, te lo aveva chiesto in lacrime. Avevi chiuso la porta una volta per tutte. L’avevi sbattuta forte, con rabbia, quella porta convinta che i ricordi da lì non potessero più uscire.
Allora non lo potevi sapere. Nell’ingenuità della tua giovinezza non te ne rendevi conto, ancora, che esistono dolori che non si rimarginano. Dolori che ti si appiccicano addosso, capaci di riaprire ferite che pensavi ormai cicatrizzate.
Che non era così semplice dimenticare lo hai scoperto solo anni dopo, quando hai incontrato Frederick. La violenza te la porti dietro per tutta la vita. È un linguaggio con cui impari a esprimere anche i tuoi sentimenti più profondi, un linguaggio che non dimentichi più, proprio come la tua lingua madre.
Ti lavi le mani dal sangue. Eviti di guardare di nuovo l’immagine riflessa nello specchio, lo hai visto troppe volte il tuo viso tumefatto. Allunghi la lingua verso la ferita sul labbro e senti il sapore di ferro invadere la bocca: sanguina ancora. Ti domandi se potrà guarire senza punti perché il solo pensiero del pronto soccorso ti provoca un senso di smarrimento. Le domande, i sospetti, la commiserazione: no, non è proprio il caso. Ti concentri allora sulla schiuma di sapone che diventa rossa per non alzare lo sguardo. Insaponi quelle mani, che non senti più tue, in modo ossessivo, quasi volessi infliggere loro una punizione. Insisti, sfregando con la spugna ruvida, fino a far bruciare la pelle.
Le dita, i polsi, gli avambracci fin su oltre al gomito. Il bagno è così stretto che in un attimo si satura di profumo alla papaya, così dolce da rendere quasi impossibile respirare.

Frederick lo avevi conosciuto durante una delle tue fughe. Quando ti eri detta che saresti partita “per sempre” e ti eri imbarcata con un biglietto di sola andata per New York. Al tempo in cui tutti i tuoi averi riuscivano a riempire, a malapena, l’unica valigia che possedevi.
Lui ti aveva notato subito. Non eri mai stata una ragazza che passava inosservata: una lunga linea di ampie curve sotto a una folta chioma di capelli rossi. Arrivata da poco in città, giravi per i locali e le gallerie d’arte in cerca d’ispirazione e quella sera eri entrata per caso nella sua galleria attratta dalla grande tela appesa in fondo alla sala: un’elegante figura femminile, nuda, che al primo sguardo ricordava uno stelo con una grande corolla di petali vermigli. Per un attimo, avevi avuto l’impressione di essere davanti a uno specchio. Anche Frederick aveva avuto la tua stessa identica impressione, te lo aveva confessato la notte che ti aveva visto nuda, dopo aver fatto l’amore nel suo studio per la prima volta.

Ti allontani dallo specchio, senza uscire dal bagno. Sei nuda. Te ne rendi conto quando l’aria che entra dalla finestra, dimenticata aperta, lambisce il tuo corpo e lo fa tremare. È una condizione alla quale oramai non fai più caso, pensi, essere nuda. Il tuo corpo ritratto, il tuo corpo amato e allo stesso tempo disprezzato, il tuo corpo linguaggio tra il tuo mondo visibile e quello invisibile: un filo sottile che lega il passato al presente. L’arte di lui che passa attraverso il tuo corpo.
Inginocchiata a sfregare il pavimento, con movimenti lenti della mano passi su tutte le piccole gocce di sangue che hai calpestato con i piedi. Procedi con metodo, dal lavandino alla porta dietro di te, che hai lasciato socchiusa per paura di sentirti soffocare. Non guardi al di là dello spiraglio, tieni gli occhi sulle tue mani che grattano sulle piastrelle. Non sai bene cosa ti aspetti una volta che varcherai quella soglia.
La passione si era presto tramutata in tormento. Frederick ti aveva preso a vivere con lui e ti aveva fatto prigioniera. Prigioniera della sua passione. Prigioniera perché tu eri, per lui, la sua ossessione pittorica fatta carne e non riusciva a pensare ad altro: il tuo corpo nel letto e il tuo corpo sulla tela. Grandi fondi dipinti di rosso carminio e il bianco della tua pelle.
Ma tu allora eri giovane, vent’anni più giovane di lui, e non capivi la differenza tra passione e dolore. Ti inebriavi delle sue frasi e della tua immagine ovunque. Chiamavi tutto ciò amore. «Lui mi ama, si prende cura di me», ti dicevi quando ti obbligava a stare ferma per ore mentre lui ti ritraeva. «Lui mi ama», pensavi anche quando invece si arrabbiava con te, quando litigavate perché avevi parlato per troppo tempo con un uomo alla sua mostra, o ti eri vestita troppo scollata.
«È il suo modo di amarmi», lo avevi perfino scusato il giorno che era ti arrivato dritto sulla guancia il primo schiaffo, dopo un litigio eccessivo e brutale, per un motivo così stupido che non riuscivi nemmeno a ricordare.

Seduta sul pavimento, nell’angolo più buio del bagno, abbracci le tue ginocchia. Non hai la forza di ritornare nell’altra stanza. Speri che il tempo si allunghi come un elastico, che si tenda all’infinito per non dover affrontare ciò che ti aspetta. Ma ora hai freddo, senti i brividi che corrono su per la schiena, non puoi più restare lì ferma, pensi nel momento in cui una folata di vento fa sbattere la finestra.
I tuoi fragili nervi ti fanno letteralmente saltare su dallo spavento, e ti ritrovi in piedi davanti alla porta. Con un lieve gesto delle dita la spingi. Intravvedi il letto semidisfatto pieno di fogli e pennelli. Di Frederick neanche l’ombra.

Anche fare l’amore, con gli anni, era diventato sofferenza: lui sempre più esigente e stravagante nelle sue richieste e tu sempre meno libera di poter dire di no. A te, che da bambina non ti era mai stata data la possibilità di imparare cosa fosse l’amore, sembrava una cosa normale che la tua anima non fosse rispettata. Non lo faceva tuo padre quando abusava di te e non lo faceva nemmeno Frederick quando ti sussurrava all’orecchio di amarti più di ogni altra cosa al mondo mentre ti legava al letto. Non ti ribellavi. Bastavano poche parole dolci per confonderti, pronunciate frettolosamente insieme al tuo nome: Natascia. Poche parole in cui nascondere la morbosità che teneva in piedi il vostro rapporto. E lui questo lo sapeva bene.
Intanto il tuo corpo abbandonava lentamente la freschezza dei vent’anni e questo Frederick non lo poteva sopportare. La frustrazione lo costringeva a portare a casa altre donne. Donne sempre più giovani e rigogliose come la sua pittura pretendeva. La sua vita era diventata un andirivieni di corpi pallidi e lisci, da dare in pasto al rosso vivo della tela dipinta di fresco. Unico rito capace di soddisfare la sua ossessione.

Prendi coraggio e ti avvicini al letto. Vedi i suoi piedi nudi spuntare da dietro le lenzuola stropicciate cadute sul pavimento. Ti siedi sul bordo del letto trattenendo il respiro. Resti ferma in una posa scomposta, come se fossi in bilico su uno strapiombo. Hai la nausea.
Non era così che volevi che fosse, pensi, ora è troppo tardi: non si torna più indietro.
Ti osservi intorno, in quella stanza le immagini di tutta la tua vita. Il passato è lì a ricordarti da dove vieni, ma è privo d’indicazioni su dove andare. Impantanata in sabbie mobili di pensieri inutili, non ti resta in mano che il presente scomodo. Lui è lì, supino sul pavimento, immobile in un lago di sangue. Tu non lo guardi e non guardi nemmeno il coltello da cucina che gli sta accanto. Non senti più nulla. Solo l’eco dei tuoi pensieri macinati fini dai sensi di colpa che si propaga in tutta la testa. Hai il voltastomaco. Non passa.
Poco più in là, sul cavalletto, l’ultimo tuo ritratto. Incompiuto. Ti avvicini lentamente per osservarlo meglio. Di quello stelo elegante e la sua corolla di petali non è rimasta traccia, svanito nel tempo. Ora in quelle pennellate chiare stenti a riconoscerti.
«È colpa tua!», urli girandoti di scatto verso il corpo senza vita di Frederick. Il Demone, ora, non ti fa più paura. In un rincorrersi di sensazioni più grandi di te, ti inginocchi vicino a lui, incurante del sangue che lo circonda. Le tue ginocchia si bagnano di rosso e così le tue mani al profumo di papaya. Le immergi completamente nel liquido ancora caldo e scoppi a piangere. «È colpa tua», sussurri.
Colta da un impulso violento ti ritrovi, con la rabbia tra i denti, a trattenere un conato. Non puoi farcela, pensi. Ti alzi di scatto. Gli occhi fissi sul dipinto incompiuto. Prendi un pennello dal letto, lo intingi nella pozza di sangue e con gesti lucidi e precisi riprendi le parti mancanti del fondo carminio. «Tutto ha un senso», pensi.
Ti infili il primo vestito che trovi in giro direttamente sulla pelle nuda, senza curarti delle impronte di sangue che le tue mani sporche lasciano ovunque. Afferri la tela con un gesto veloce mentre ti dirigi verso l’uscita, che varchi in silenzio, senza nemmeno voltarti.

mercoledì 13 aprile 2011

il racconto L’ULTIMA CORSA di Donatella D’Angelo, in libreria!




"L'ultima corsa", un mio racconto,

Lo trovate a pag. 61 del libro

"DI CORSA ATTORNO AL MONDO"

di STEFANO MEDICI

(ed. ZonaContemporanea)

in libreria anche a MIlano dal 18 aprile 2011



vi anticipo l'incipit ...

L’ULTIMA CORSA di Donatella D’Angelo

«Ti asciughi le gocce di sudore sulla fronte con la manica della felpa. In realtà vorresti cancellare i pensieri che si affollano nella tua testa, un groviglio di frasi e immagini che ti provocano un dolore insopportabile. Le tempie ti pulsano, a ogni passo un colpo di scalpello scava in profondità. Hai l'impressione che il cervello possa esplodere fuori dalle orbite degli occhi, ma non ti vuoi fermare. Ti piace spingere oltre i tuoi limiti e sentire il fiato corto. È già quasi un’ora che corri e non ce la fai più. Fa freddo e il tuo sudore caldo si congela sulla schiena facendoti venire i brividi. I tuoi seni, costretti nel reggiseno a corsetto, sono doloranti. Vorresti poterli liberare e non sentire più lo sfregamento del tessuto sui capezzoli indolenziti.»



sabato 19 dicembre 2009

L'ultima corsa


Ti asciughi le gocce di sudore sulla fronte con la manica della felpa. In realtà vorresti cancellare i pensieri che si affollano nella tua testa, un groviglio di frasi e immagini che ti provocano un dolore insopportabile. Le tempie ti pulsano, a ogni passo un colpo di scalpello scava in profondità. Hai l'impressione che il cervello possa esplodere fuori dalle orbite degli occhi, ma non ti vuoi fermare. Ti piace spingere oltre i tuoi limiti e sentire il fiato corto. È già quasi un’ora che corri e non ce la fai più. Fa freddo e il tuo sudore caldo si congela sulla schiena facendoti venire i brividi. I tuoi seni, costretti nel reggiseno a corsetto, sono doloranti. Vorresti poterli liberare e non sentire più lo sfregamento del tessuto sui capezzoli indolenziti.

Ti torna in mente la telefonata che ti ha svegliato. Risenti quella voce mai sentita prima che ti annuncia in un soffio che la tua vita sarebbe cambiata drasticamente.

Cerchi di allontanare il ricordo di quel momento, cacciando indietro le lacrime che si scontrano con la tua necessità di negare il dolore. Una lotta impari, fatta di singhiozzi sordi ributtati in gola al ritmo cadenzato delle tue gambe. Un passo dopo l'altro, correndo senti i muscoli della coscia indurirsi, li guardi lavorare. Li vedi contrarsi e distendersi al tempo del tuo passo in allungo. Hai paura di rallentare, non vuoi che la disperazione ti raggiunga, ora che ti sembra di averla lasciata indietro.

«Ero a conoscenza di lei e mio padre, mi è sembrato giusto avvisarla», dice la voce con il suono nasale di chi ha pianto troppo. Basta quella frase e tu già capisci. «Ero», dice. Uno spintone nel passato. Perché in quel preciso momento il presente è diventato passato. Lasci scivolare via tutte le parole successive, non le ascolti più. Tutto ciò che esce dal telefono è solo acqua sporca di sangue. L’incidente, la corsa in ospedale, la sua morte.

«Mi dispiace», aggiunge la voce un attimo prima che tu interrompa la comunicazione. Le braccia ti sembrano di marmo mentre riponi il cellulare nella tasca dell’ampio pigiama. Rimani paralizzata nel tuo dolore, con la voglia di urlare impossibile da soddisfare. Tuo marito e i tuoi figli dormono, inconsapevoli della sventura che ti ha colpito. Ignari della crepa nel tuo cuore, che sarà per sempre invisibile ai loro occhi.

Guardi l’orologio a muro, sono le cinque e mezza. Impossibile tornare a dormire, il panico ti costringe all'immobilità. Devi reagire e decidi di uscire. Non sai dove andare, sai solo che non puoi restare in casa, ti manca l’aria. Levi il pigiama e indossi la tuta. Infili per ultime le tue vecchie scarpe da “running” senza slacciarle. Ti calzano alla perfezione, sono ormai modellate sul tuo piede. Ti concedono un breve attimo di leggerezza prima che lo sconforto faccia la sua comparsa. Chiudi delicatamente la porta alle tue spalle, facendo attenzione a non destare la tua angoscia. Scegli di evitare l’ascensore e prendi le scale come se fosse un giorno qualsiasi. Così, mentre scendi, puoi immaginare che non sia veramente successo.

Un gradino alla volta ti ritrovi all'aperto, è ancora buio. Appena il piede prende contatto con il terreno cominci a correre, sfiori l’asfalto con la parte esterna del tallone e poi sposti il peso in avanti. Un primo passo, poi un altro, poi un altro ancora e sei fuori dal cortile. È così che lo hai incontrato. Correndo al parco tutte le mattine.

Senti l’aria fredda in faccia, ma non ti basta per soffocare la voglia di piangere. Scuoti la testa come per sbarazzarti di quella sensazione scomoda. Le lacrime affollano i tuoi occhi e tu le respingi.Corri più veloce, vuoi che il vento le porti con sé, le tue lacrime. Segui la solita strada verso il parco, ma ti trovi davanti i cancelli chiusi, è ancora troppo presto. Per non fermarti sei costretta a deviare e a restare sul marciapiedi, deserto come il tuo cuore in questo momento. Un’assenza enorme, che non riesci ancora a definire, ma che già ti pare incolmabile.

Il cielo si tinge di rosa in uno squarcio di debole luce. Svuotata di tutti i pensieri stai ancora correndo. Non dai ascolto al tuo corpo che ti supplica di smettere. Ad ogni passo senti i tuoi polpacci indurirsi, spingi con forza e avverti il muscolo che si gonfia. Dovresti fermarti, invece forzi l’andatura. Calchi sulle punte dei piedi e ti butti in avanti. Ti concentri sul tuo respiro, sul battito del tuo cuore per annullare quello che provi. Il fisico contro il sentimento. Uno sforzo immenso che va oltre le tue possibilità.

Poi una fitta, nel mezzo del tuo cuore aperto, ti lascia senza respiro. Cadi a terra portando le mani al petto. Resti immobile sul marciapiedi, così come sei caduta. Sotto la tuta strappata s’intravvede la carne viva e i lembi del tessuto squarciato si colorano di rosso. Abbracci con forza le tue ginocchia dolenti e ti raggomitoli in posizione fetale per contenere il male. Finalmente le lacrime trovano la strada e scaturiscono furiose, non sei più in gado di fermarle. Ti ritrovi a rotolare sull’asfalto freddo, finalmente libera di urlare la tua disperazione di donna che ha perduto l’amore: «Nooooo!».


Pubblicato sul Blog di Stefano Medici


mercoledì 1 aprile 2009

Esercizio di calligrafia #1

Persino la luce non osava illuminare il suo viso. E lei lo ascoltava così. Fingendosi distratta.
“Mi sento in colpa”. Disse lui nella penombra, evitando il contatto con i suoi occhi bruni.
“Per cosa?” Chiese lei, sapendo già la risposta.
“Per la tua situazione”.
Lei aveva già intuito di non piacergli, ma voleva sentirselo dire da lui. Con le sue parole. Con la sua voce.
“In colpa”. Sottolineò lei
Dopo un attimo di esitazione lui sorrise come se avesse trovato la parola magica.
“Disagio”. E tornando serio ripeté “Disagio, dovrei forse dire disagio”.
Lo disse guardandola dritto negli occhi, poi continuò “La tua situazione coniugale mi mette a disagio, ecco”.
“Ah sì, capisco”. Sussurrò lei per riempire il silenzio.
L’imbarazzo aveva imbottito tutta la saletta sul retro di quel bar di periferia.
“Non vuoi ferirmi”. Aggiunse lei per offrirgli una facile uscita.
“Sì, non voglio ferirti. E non voglio ferire me.”
Ferire lui e come? Si chiese lei tra sé e sé. Ma preferì restare in silenzio.
“Io non voglio una relazione”. Disse invece dopo una lunga pausa. “Non potrei ora”.
Forse lei non diceva la verità, ma era quello che pensava fosse giusto dire ad un uomo che ama le donne in quel modo. “Non con te, almeno”.
Poi per spiegarsi meglio aggiunse “Se ho pensato di venire con te è appunto perché hai altre donne”.
Lui aveva timore della sua fragilità. L’avrebbe portato a confrontarsi con la propria. Non se la sentiva. Avrebbe anche potuto imparare a conoscerla, ma percepiva in lei un pericolo.

Non avrebbe voluto, ma la baciò ugualmente. Fece scivolare la sua mano nella scollatura. Così, quasi per abitudine.
Per un attimo lei fece finta che lui la volesse sul serio, ma se ne pentì subito. Quando lo guardò negli occhi lei lesse che era lui quello che voleva piacere, in fondo.
Piacere per non dispiacere. Mai.
“Le donne sono un modo come un altro per affrontare la solitudine”. Disse lei prendendogli la mano dal petto. Conosceva la sua tristezza. L’aveva letta nel suo libro.
“Le donne sono un modo come un altro per affrontare la morte”. Corresse lui.
Aveva ragione. Anche l’amore, però.
Ma lui lo sfuggiva. Esattamente come lo desiderava lo allontanava, l’amore.
Lei guardò nel profondo dei suoi occhi blu e sentì che lo avrebbe anche potuto amare. In un altro tempo e in un altro luogo. Ma non lì. Non in quel bar, non in quella piazza, non in quella città.
Lui non era per lei e lei lo sapeva bene. Ma lui non lo diceva. Anzi. L’accarezzava.
“Non vuoi venire da me, allora?” Chiese lei, per essere sicura che il dolore fosse sempre lì, al suo posto. Il rifiuto era quello che bruciava.
“No lo so … no. Non me la sento. Non questo sabato”.
“Ho bisogno di leggerezza”. Era la sua motivazione.

L’arrivo del cameriere le bloccò un brivido a mezza schiena. Lei ne fu contenta.
Non poteva permettersi quel brivido. Ritrasse la mano.
“Poi un giorno ci vediamo e facciamo all’amore” disse all’improvviso lui.
Ma non lo diceva a lei, non più. Voleva sedurre ancora, voleva sedurre se stesso.
Un gioco impari.
Una frase che a lei pesava più di un addio.

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martedì 24 marzo 2009

la ragazza che alza le spalle

Poi qualcosa si è inceppato, mi ha fatto inciampare e sono cascata. Ho stravolto il significato, fatto confusione. Il sesso è diventato merce di scambio, usato per sentirmi amata. Ho giocato d’azzardo con l’amore, l’ho scommesso e l’ho perso.
Alla ricerca di me stessa tra gli incontri di una notte. Musicisti sconosciuti e artisti scriteriati. Il sesso tra i muri di case occupate, ai concerti punk, per la strada. Costeggiando in punta dei piedi l’euforia della droga. Un piede dentro e l’altro fuori. Mi chiudo a riccio lasciando fuori il mondo, quel mondo che tanto vorrei girare in lungo e in largo.
Comincio a correre, sempre più veloce. Per non pensare trattengo il respiro.

Canta in inglese con un accento tedesco. Seduta in prima fila lo fisso per tutto il concerto. Il posto è piccolo e non può che notarmi. Sorrido, lui ricambia. Infatti.
Un paio di ore dopo siamo a casa mia. Due settimane dopo sono a Vienna da lui in visita. Un paio di mesi di frequentazione dopo rimango incinta.
Sono costretta a fermare la corsa. L’immobilità mi obbliga al pensiero ed è ciò che non voglio. Cosa ci faccio io, con un test di gravidanza positivo in mano?
Seduta sul bordo della vasca da bagno non so rispondermi.
Lo chiamo e gli parlo. E mentre parlo mi chiedo chi sia quello sconosciuto dall’altra parte del telefono. Allora lascio parlare lui, ma non lo riconosco. Gli dico addio, è finita. Lui, allarmato, è già sul primo treno per Milano. Io, più allarmata di lui, lo rispedisco al mittente. Per sempre. A diciannove anni non potevo fare altro. Non volevo fare altro.
Abortisco, in modo leggero, un po’ come un’alzata di spalle. Allora ero così. Alzavo le spalle. Vivevo un susseguirsi di eventi per colmare un vuoto. Senza prendere fiato. Non mi fermava nulla, nemmeno la vita.

Riprendo esattamente da dove mi sono fermata, quasi non fosse successo nulla. Il mio monolocale è un porto di mare, ma mi sento sola. Un vuoto che non riesco a colmare.
Qualche mese dopo. Ho mollato tutto. Sono partita per Londra. “All’avventura” mi dico. Conosco in treno due ragazze di Crema, si parla del più e del meno. Poi mi spiegano che sono in partenza. Hanno trovato lavoro come cameriere in una “residenza” per studenti. Pulire le stanze, rifare i letti, cose così. “Partiamo fra due settimane. Vuoi venire?.”
Detto fatto.
Il mio arrivo a Victoria Station, qualcosa d’indimenticabile. Chiodo e capelli blu, dipinti durante la traversata della manica. Due paia di calzettoni per gli anfibi troppo grandi. I piedi mi sudavano, mentre facevo i primi passi sul suolo londinese. “Un sogno” penso.
Ma non per molto. Pulire i gabinetti degli altri non fa per me. Nel giro di un mese ero fuori.

Sette mesi ho passato a Londra, sette mesi a rincorrermi. Ho dormito ovunque trovassi un giaciglio. La casa di due benestanti romani. Il marciapiede a Piccadilly Circus. Una casa occupata in periferia. Tra pulci o lenzuola faceva lo stesso. Tutto senza mai prendere fiato. Perché una ragazza che alza le spalle non ha tempo di respirare, vive in apnea.
Ma a trattenere il respiro per sette mesi si rischia. Così ho alzato le spalle per l’ultima volta. “Papà, ho bisogno di soldi per il treno. Torno a casa.”. E lui era lì, pronto, ad incollare i miei cocci. Come sempre. Senza giudicare. Con la generosità di chi si sente responsabile.

È stato soltanto quando la solitudine è diventata così insopportabile che mi sentivo trasparente anche tra la folla e il silenzio così persistente che udivo solo il mio affanno, che mi sono arresa all’inevitabile. Seduta su una panchina a Saint James Park, ho scritto le parole del mio ritorno. Londra: una tregua da me stessa per potermi riprendere in mano.
La pioggia sottile dei pomeriggi inglesi firma il mio foglio di via. Dopo mesi di fuga è ora di tornare per fare i conti con i miei fantasmi. Incapace di sbarazzarmene.
Ero partita da Milano pensando di poterli lasciare indietro. Li ho invece sorpresi nascosti lì, dentro la mia valigia. Io esisto bianca, come esisto nera. L’interezza è la mia anima, non si può scomporre, anche la mia parte più buia fa parte di me.
Quindi basta con i capelli blu. Torno sola con il mio bagaglio.


S. JAMES PARK

Un paio di occhiali,
memorie.
Ma dietro quelli niente,
un pensiero trasparente,
mai esistito.
E vago,
contemplo parole
che non comprendo.
Un battito d’ali mi risveglia,
il passero prende il volo.
Lo osservo volteggiare.
E sparire,
dietro una nuvola.
Non mi sono mossa.
Nel silenzio della mia mente,
ascolto tutto,
tutto è intorno a me.
Colori che si credono musica.
Una leggera brezza
muove le foglie.
Quelle stanche
si fanno trasportare
dalla corrente del fiume.
Una forza infinita
sospinge la mia anima
verso nuove frontiere,
ma non mi muovo.
Continuo a vagare
nel silenzio delle illusioni.
Passeggiata piacevole
per chi vuol dimenticare
un futuro incerto,
un biglietto di sola andata.

sabato 7 febbraio 2009

Stupidaggini ...

“Stupidaggini” urlò l’uomo alla donna in piedi di fronte a sé. “È solo un’invenzione, tua e di chi te lo mette in testa!”
La donna alzò il volume della musica per non sentire.
L’uomo si fece avanti con il viso rosso di rabbia.
La donna chiuse gli occhi per non vedere. Sentiva la sua collera diffondersi nell’aria che respirava. Non poteva vedere ancora una volta quella scena. “Sì, hai ragione” Sussurrò senza convinzione, con un fil di voce e si voltò. Attese che succedesse qualcosa, ma l’avvolse solo il silenzio. Riaprì gli occhi senza muoversi.
Da quando ne aveva parlato apertamente, al di fuori delle mura domestiche, non succedeva più. Non come prima almeno. Lui si tratteneva, come per testimoniare a sé stesso e al mondo che non era mai successo nulla, che era solo la fantasia di una donna sola.

giovedì 29 gennaio 2009

mai vergognarsi di lasciarsi andare ai sentimenti ... con dedica!

da “La lentezza” di Milan Kundera.

Un entomologo ceco che, costretto dal regime ad abbandonare la scienza, finalmente dopo venti anni, torna come scienziato ad un convegno. Al momento di parlare si lascia andare raccontando come si sente, e poi sopraffatto dall’emozione si dimentica di leggere il suo intervento. Ringrazia e scende dal palco. Se ne renderà conto solo in seguito …

“… Ha le gote in fiamme. Si sente ridicolo. Può salvare ancora qualcosa? No, sa benissimo che non può salvare proprio più niente.
Per qualche istante prova vergogna, poi una strana idea gli viene in soccorso: è vero che è ridicolo; ma in questo non c’è niente di negativo, niente di vergognoso o di offensivo; anzi, quel suo essere ridicolo rende ancora più profonda la sua malinconia intrinseca nella sua esistenza, e il suo destino ancora più triste, e per tanto ancora più grande e più bello.
No, la fierezza non abbandonerà mai la malinconia dello scienziato ceco…”

domenica 11 gennaio 2009

Libertà

La negazione attenua il dolore, ma limita la libertà.
Quindi la libertà passa attraverso il dolore.
L’elaborazione del dolore porta alla consapevolezza, la libertà è anche consapevolezza.
Ma l’elaborazione del dolore passa attraverso la solitudine, quindi la libertà passa anche attraverso la solitudine.
La solitudine è tempo interiore, il tempo che serve per prepararti alla libertà.
Alla libertà ci deve arrivare preparati, la libertà si guadagna un passo dopo l’altro

venerdì 2 gennaio 2009

The Hulk

Ecco che mi ritrovo di nuovo con “The Hulk” in salotto.

Che poi, tutti quei muscoli proprio non li ha, solo il viso verde rabbia.
Che poi se pensi a tutti i personaggi della Marvel, lui è proprio uno di quelli inutili, che potresti anche cestinare.
Che poi una volta che torna color carne, sembra non ricordarsi quello che ha appena fatto da verde.
Che poi ... chissenefrega, mi sono anche rotta le palle!

giovedì 1 gennaio 2009

Il mio 2009



Attesa come speranza,
fantasia come possibilità,
immagine come realtà,
pensiero come espressione,
parole come portamento,
musica come certezza.

domenica 28 dicembre 2008

"Si ... può ... fare!!!"

Stasera al ristorante con mia sorella, discorsi serissimi ... finchè ad un certo punto per sottolineare una mia frase lei mi sorride e mima:

"Si ... può ... fare!!!"

Ecco ... sto ridendo ancora adesso.

Dramma bi-culturale

“Guarda mamma!”
Tra pollice e indice una piccola perla bianca, sul viso un sorriso soddisfatto che mostrava il buco lasciato dal dente.
“Bene Milo, allora stanotte arriverà la Fatina dei denti!”
“Ma come la Fatina? Ma non era il Topolino?”
(Ops)
“Ehm, sì vero, il Topolino … Ma Leo …” Mi volto verso il fratellone “Per te chi era venuto?”
“Il Topolino, perché la Fatina avrebbe dovuto attraversare l’oceano e c’era il rischio che si bagnasse le ali”
Un urlo innonda l'aria: “Nooooo, il Topolino noooooo!”
“Cosa c’è, Milo, perché no?”
“Perché se viene il Topolino, Spike poi se lo mangia”
Piccola pausa pensierosa, poi uno scoppio di singhiozzi: “Ma mammaaaa, ma se il Topolino muore e la Fatina annega … perché io perdo i denti?”

sabato 27 dicembre 2008

La donna

L’odore della candela appena spenta non dava noia alla donna, anzi le era sempre piaciuto. Ora restava solo la debole luce sul tavolino.
Nella penombra la donna raccolse i vestiti che si era lasciata cadere in terra e si sedette sul bordo del divano, come se non osasse di più. Si avvolse nelle due coperte messicane, quella bianca, più morbida sfiorò i suoi seni nudi. Lei dormiva così.
Sapeva che quello era il suo posto e si accoccolò in un angolo.
La solitudine che aveva scelto non la spaventava, era più come una pausa. Quel lasso di tempo tra la partenza e l’arrivo. E anche se la donna non sapeva con certezza quali fossero la destinazione e la durata del viaggio non disperava, attendeva.
Spense la luce e lasciò che i deboli rumori della notte intrattenessero il silenzio dei suoi pensieri. Si addormentò così, abbracciata alle sue ginocchia, come ogni sera.

lunedì 22 dicembre 2008

Un'abitudine

E alla sofferenza pian piano ci si abitua.
Le fitte al torace, quando l’ansia ti chiude in una morsa, ti sono così familiari che quasi ne attendi l’arrivo. Le lacrime che tutte le notti bagnano il tuo cuscino innaffiando i tuoi sogni, non puoi farne a meno. Ti rifugi nelle parole, scritte e mai dette. Perché a pronunciarle provi vergogna. Prigioniera di un potere più forte di te, che pensa per te e agisce per te.

E la sofferenza è lì e ti penetra lentamente, si appropria della tua ragione. Incapace di decidere cosa è bene per te e ti stupisci ancora dell’ennesimo attacco. E resti immobile.
Adesso lo sai qual è la strada da imboccare, segui le indicazioni e non voltarti. La paura cercherà di consumarti prima della meta, ma tu non farci caso. L’abitudine alla sofferenza ti aiuterà a tener duro. Non ascoltare sirene, non cedere al lupo, tira diritto, quella è la strada giusta.

domenica 21 dicembre 2008

Voce del verbo potere

Quando una situazione non va più, si “può” cambiare.
Può: voce del verbo potere. Essere in grado di fare qualcosa, avendone la capacità, la forza, sinonimo di riuscire.
Non: “dovere”, che sottintende un obbligo, che spaventa per il suo rigore. “Potere”, con la morbidezza della possibilità, con la positività della scelta.
Una frase pronunciata in mezzo a tante altre parole che stava per prendere il volo, quando improvvisamente mi sono accorta che mi era entrata in testa come una cantilena, come un ritornello impossibile da scacciare.

Perché negare ancora di avere la capacità di cambiare? Perché sottostimarle così, le mie capacità? Perché rimanere ancora imprigionata in una “casistica”?

In tre semplici lettere la chiave di volta su cui si regge la mia salvezza.

martedì 21 ottobre 2008

Sì, alla protesta positiva!

Diciamo Sì ad un tempo scuola pieno e non "riempito" perchè i nostri bambini siano ascoltati e non solo "guardati"!

Viva la scuola!

venerdì 17 ottobre 2008

Milano - Tutti in bici il 14 novembre

Dal blog di Bebbe Grillo:

Lo smog in città si combatte con le biciclette. A Milano lo smog è incentivato. Chi inquina di più, se paga, può entrare in centro in auto e avvelenare l'aria. Questa idiozia comunale è stata chiamata Ecopass, il pass ecologico. Chi prende la bici rischia invece la vita per la mancanza di piste ciclabili e di ogni tipo di supporto. Molti milanesi muoiono ogni anno sulle due ruote travolti dalle auto e dai camion. A Milano, diceva una canzone, non crescono i fiori e, oggi, neppure le bici.
Andare in bicicletta, per ora, non è stato ancora vietato dal governo della P2. Per questo il 14 novembre invito tutti i milanesi a prendere la bicicletta per recarsi in ufficio, a scuola o solo per farsi un giro. Anche i non milanesi sono invitati per visitare la città. Io ci sarò con una bici fiammante azionata dalla mia possente massa muscolare. Riprendiamoci l'aria delle nostre città.
Ascoltate l'intervista a Eugenio Galli, presidente Fiab Ciclo Hobby Milano e, soprattutto, guardate nel video le "ciclabili" di Milano.

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giovedì 16 ottobre 2008

Viva la scuola ... è nato un blog!

Stasera ho partecipato ad un'assemblea indetta dalla scuola di mio figlio. Genitori ed insegnanti si sono riuniti per fare il punto della situazione sulle informazioni che girano intorno la nuova riforma della scuola pubblica. Ne è uscito un quadro sconfortante. La disinformazione regna ovunque sovrana. La prima domanda che noi genitori ci siamo fatti alla fine dei tre bellissimi interventi è stata: "cosa possiamo fare noi, nel nostro piccolo, come cittadini e come genitori?" La risposta è venuta da sola "informare, informare il più possibile".
Io nel mio piccolo mi sento di provare a divulgare un po' di quelle notizie e di quei pensieri che potrebbero aiutare qualcuno a uscire dalla confusione che si è creata in queste ultime settimane, con l'accavallarsi di notizie e commenti da parte dei mass media. Un modo come un altro per cercare di uscire da questa semplicistica comunicazione basata sugli slogan.
Premetto che fare informazione non è il mio lavoro quindi posso solo dire che cercherò di fare un buon lavoro, sperando anche nell'aiuto di chi, come me, sente che la scuola pubblica e il futuro dei nostri figli sia in pericolo.

Apro un nuovo blog sull'argomento: Viva la scuola! Siete tutti invitati a partecipare!

lunedì 13 ottobre 2008

Contro il DL Gelmini

Sul sito del Quirinale si può (cliccando: posta) mandare una mail direttamente al Presidente Napolitano chiedendo di non firmare il decreto legge della Gelmini.
Se si riesce a raggiungere la bellezza di 20.000 e-mail c'è la possibilità reale di fermare tutto. Quindi visto il numero da raggiungere, rimboccatevi le maniche e fate circolare la notizia a più gente possibile.

Vi ringrazio tutti soprattutto a nome dei miei figli!

P.S. la pagina della posta ci mette molto, ma molto tempo a caricare ... non rinunciate, vi prego!!!!


AGGIORNAMENTO:
Da parte del Capo dello Stato c'è' stata una nota di risposta ... che sembra non dare molta speranza.
L'importante è comunque continuare ad attirare l'attenzione sul problema!

AGGIORNAMENTO n° 2 del 17/10/2008:
Nuova iniziativa ... ora entro i limiti!!!